Grimaldi: sulla sanità servono parole chiare

Il segretario regionale dei medici ospedalieri Anaao invita i candidati a fare programmi concreti
PESCARA. «La sanità è il convitato di pietra di questa campagna elettorale. Nessuno ne parla». Alessandro Grimaldi è il segretario regionale dell’Anaao, il sindacato più rappresentativo dei medici ospedalieri.
Ma nei programmi dei candidati governatori la sanità, ovviamente, c’è.
«Ci sono troppe enunciazioni generiche, mentre invece la sanità dovrebbe essere al centro dei loro progetti, visto che rappresenta il 70-80% dei bilanci regionali, e in particolare quando si fanno dei programmi bisognerebbe dire con quali risorse si attuano».
Faccia un esempio.
«Se io voglio abbattere le liste d’attesa, dovrei dire con quali risorse lo farò. È noto che per fare questo bisogna aumentare le risorse per il personale e per le tecnologie perché, se c’è grave carenza di medici negli ospedali, come in questo momento, le liste d’attesa saranno sempre lunghissime. Allora, che senso ha per esempio incrementare la spesa nazionale per i Cup di 500 milioni se poi non ci sono le risorse per assumere nuovi specialisti o acquistare nuovi macchinari?
Il 25 sciopererete anche per questo?
«Chiederemo l’incremento della spesa per il personale e il rinnovo del contratto collettivo, fermo da dieci anni e uteriormente bloccato dalla legge finanziaria».
Più spesa per il personale vuole dire nuove assunzioni?
«Certo, si prevede che con i pensionamenti anticipati in base a quota 100 mancheranno 1.500 chirurghi in Italia e già adesso, in Abruzzo, si evidenziano situazioni emergenziali in alcuni ospedali come ad esempio Castel di Sangro e Sulmona, dove si ha difficoltà a coprire i turni. Una situazione che rischia di aggravarsi sempre di più perché, dopo anni in cui non si sono fatti concorsi, la carenza di personale amministrativo rischia di rallentare persino le procedure che ora potrebbero essere finalmente espletate. Per esempio, nella Asl dell’Aquila, in questo momento, tra malattie e pensionamenti, ci sono solo tre dirigenti amministrativi operativi sui quali pesa un lavoro enorme. La politica avrebbe dovuto prevedere una task force ad hoc o mezzi straordinari, come chiesto da noi, per svolgere i concorsi».
Che invece spesso vanno deserti.
«E’ una situazione paradossale: molti avvisi pubblici e concorsi vanno deserti o vi partecipano pochissimi medici. Le graduatorie si esauriscono con grande facilità: mancano medici di pronto soccorso, anestesisti, pediatri, internisti, chirurghi».
Perché questa situazione?
«Negli anni sono state fatte politiche programmatorie restrittive che non prevedevano concorsi e così molti medici sono emigrati negli ospedali del nord, dove trovano condizioni contrattuali migliori e dove le Regioni hanno investito molto di più nel personale. Qui per anni abbiamo applicato solo politiche di austerity e ragionieristiche poco lungimiranti».
Semplificando, la parola d’ordine in Regione è stata: meno ospedali più territorio.
«Tutti i candidati parlano del potenziamento dell’assistenza sul territorio, ma anche in questo caso non si capisce quale percorso sarà seguito e con quale personale e quali risorse. Anche alla luce del fatto che in questa finanziaria non c’è l’abolizione dei tetti sul personale».
Argomenti che hanno tenuto banco in questi anni sono stati i punti nascita, i piccoli ospedali e la Asl unica. Qual è la vostra posizione?
«Nel 2025, circa un terzo degli abruzzesi avrà più di 65 anni a fronte di un generale calo delle nascite. Forse, più che accapigliarsi sulla difesa dei punti nascita, occorrerebbe un piano di investimenti per l’assistenza di pazienti fragili con patologie croniche e che spesso abitano in aree disagiate».
Asl unica e piccoli ospedali?
«Ribadiamo la nostra contrarietà alla Asl unica. Siamo invece favorevoli alla creazione di due aree vaste su cui organizzare due Dipartimenti d’emergenza e accettazione (Dea) di secondo livello funzionali, uno tra L’Aquila e Teramo e l’altro fra Chieti e Pescara, ai quali siano funzionalmente legati gli ospedali di primo livello. Mentre i piccoli ospedali andrebbero riconvertiti, soprattutto per attività di tipo assistenziale-riabilitativo, o tutt’al più specializzati».

