Guardie mediche, via l’indennità di rischio

10 Febbraio 2020

L’Aquila, accolti in appello alcuni ricorsi delle Asl: i professionisti potrebbero dover restituire decine di migliaia di euro

PESCARA . L’indennità di rischio di 4 euro l’ora percepita dai medici della continuità assistenziale fino al 2017 non è compatibile con l’accordo collettivo nazionale. È questo, per grandi linee, il senso di alcune sentenza gemelle emesse pochi giorni fa dalla Corte di appello dell’Aquila, che ha accolto i ricorsi di alcune Asl contro le precedenti sentenze emessa dal diversi tribunali abruzzesi, che andava in tutt’altra direzione. Il rischio è che le ex guardie mediche vengano chiamate a restituire le indennità di rischio percepite dal 2006 (l’anno in cui fu firmato l’accordo integrativo regionale), fino al 2017, quando è iniziata la vertenza. Si parla di decine di migliaia di euro (in media dai 30mila ai 50mila euro ciascuno).
LA STORIA. La vicenda, particolarmente articolata, nasce nel 2017 quando a seguito di osservazioni da parte della Corte dei conti la Regione smette di pagare l’indennità di rischio. Contestualmente le Asl inviano a tutti i medici delle lettere con le quali chiedono la restituzione delle somme percepite nell’arco del decennio, a titolo di indennità di rischio. I medici insorgono, si organizzano, e propongono ricorsi in diversi tribunali abruzzesi, per chiedere la corresponsione delle indennità sospese. E dal tribunale di Chieti arriva la prima sentenza favorevole ai medici. Nel frattempo anche la Regione, sulla scorta della pronuncia del tribunale, approva una legge che dovrebbe rimette in pista il pagamento dell’indennità, in linea con l’accordo nazionale, in quanto va a remunerare disagi e difficoltà nell’espletamento dell’incarico in sedi spesso prive di presidi di sicurezza, e in territorio disagiato.
LA CORTE COSTITUZIONALE. La norma, tuttavia, viene portata davanti alla Corte Costituzionale. Nel 2019 la Consulta ricorda ai legislatori abruzzesi del 2018 che la Regione non può legiferare su una materia rimessa alla contrattazione collettiva in base a leggi nazionali. Nonostante la pronuncia, molte altre sentenze dei tribunali abruzzesi seguono l’orientamento dei giudici di Chieti, sostenendo che se da un lato è vero che la Regione non può legiferare in materia, è altrettanto vero che la Corte Costituzionale non ha ritenuto illegittima l’indennità di rischio, e ne hanno confermato la compatibilità con l’accordo collettivo nazionale. Sentenze impugnate dalle Asl.
GLI APPELLI. E si arriva all’attualità. Lo scorso 6 febbraio la Corte d’appello dell’Aquila accoglie alcuni dei ricorsi, ritenendo che il compenso aggiuntivo sia illegittimo perché in contrasto con alcune previsioni del contratto collettivo nazionale. «Un’imprecisione», quella della Regione, dicono i professionisti, «che rischia di riversarsi su centinaia di medici incolpevoli, che certamente non hanno contribuito alla stesura dell’accordo integrativo, ma che ora si ritrovano a percepire uno stipendio di circa il 20% più basso, e che addirittura vengono invitati a rimborsare alla Regione le cifre percepite come indennità di rischio». I medici affermano che «faranno di tutto per ribadire la legittimità di quanto percepito. Tra l’altro, nel 2006 l’indennità di rischio fu redatta e avvalorata anche dall’avvocatura regionale». L’indennità era già finita sotto la lente d’ingrandimento del commissario ad acta per il risanamento della sanità. In quell’occasione era stata diminuita, ma non cancellata.
ANCHE GLI EREDI. La restituzione potenzialmente riguarda oltre 400 guardie mediche in attività, e un numero imprecisato di pensionati. Le richieste, da quanto si è appreso, in passato sono state inviate anche agli eredi di medici deceduti.
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