«Ho chiuso lo studio, faccio la commessa»

18 Giugno 2015

PESCARA. A 40 anni ha messo da parte il sogno («avere un mio studio professionale») e si è piegata: «Ho trovato lavoro in un negozio di arredamento, faccio progettazione di interni e sono addetta...

PESCARA. A 40 anni ha messo da parte il sogno («avere un mio studio professionale») e si è piegata: «Ho trovato lavoro in un negozio di arredamento, faccio progettazione di interni e sono addetta alla vendita. È un ripiego, non è quello che voglio fare, ma mi dà la tranquillità economica». L’architetto pescarese lo dice a malincuore, ma questo è. «Mi sono laureata nel 2002, l’anno dopo ho fatto l’abilitazione, sono stata subito promossa e ho iniziato a lavorare in un importante studio di progettazione come collaboratrice per tre anni. Prendevo 800 euro, poi sono diventati mille, ma si lavorava il sabato, la domenica, fino a mezzanotte. Ho partecipato anche a progetti importanti, la soddisfazione professionale c’era, ma mancava quella economica. Dopo tre anni volevo crescere, ho iniziato a fare dei colloqui, ma la cifra che mi ofrrivano, anche fuori Abruzzo era sempre la stessa, 1000, 1.200 euro al massimo. E allora con altri cinque architetti, tutti giovani, più uno di esperienza, ho aperto uno studio. Ma era il 2008, l’anno in cui è iniziata la crirsi, ed è stato uno sfacelo. I clienti non pagavano, le amministrazioni se pagavano era dopo tre anni. Abbiamo iniziato a fare debiti con la banca e quando iniziavano a diventare esagerati ho deciso di fermare tutto prima di affondare. Ho cercato di resistere fino all’anno scorso, ma non si può perché il problema è essenzialmente questo: si lavora tanto senza avere la certezza di essere pagato mentre le spese fisse ci sono e sono pure salate: da quelle per tenere aperto lo studio, all’Inarcassa, fino alle utenze e alle attrezzature, perché poi quando si fa un progetto ci vogliono determinate stampe. Certo, il sogno c’è ancora», confida la 40enne, «lo studio è chiuso ma la società formalmente è ancora in piedi. Lavoro da casa, cerco di fare così la libera professione, ma ho ridotto tantissimo perche comqune sto a tempo pieno nel negozio. Anche se spero sempre di tornare a fare quello che volevo. Ma come la storia mia», rimarca, «ce ne sono otto milioni, con la sensazione di fallimento e tutte le implicazioni psicologiche che ho passato io.Perché ho passato anni terribili, e alla fine mi è andata anche bene».

Un consiglio a chi deve sceglere l’università? «La passione non basta, devi avere una solidità economica che ti consenta di investire sul tuo futuro lavorativo». (s.d.l.)

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