«Ho perso la testa L’ho colpita tre volte»

La confessione dell’assassino: così ho ucciso la psicologa Di Domenico
PESCARA. «Ho perso la testa e l’ho colpita tre volte alla testa con una pietra». È questo il passaggio chiave della confessione dell’assassino di Francavilla: in una stanza della caserma dei carabinieri, Giovanni Iacone ha provato prima a dire che «è stato solo un incidente» ma, poi, ha ammesso che è stato lui ad uccidere la psicologa Monia Di Domenico all’apice di una lite per due mesi di affitto arretrato e bollette non pagate. Ora, accusato di omicidio volontario, è in una cella del carcere di Chieti.
Un delitto per 800 euro circa: tanto avrebbe dovuto pagare Iacone, 48 anni di Firenze ma abruzzese di origine, disoccupato con un passato da cuoco e pizzaiolo, separato e con 4 figli lontani. Ma, quando mercoledì scorso intorno alle 17,30, la psicologa di 45 anni, originaria di Corropoli, ha chiesto i suoi soldi lui le ha risposto che non avrebbe potuto darglieli. «Lei voleva due mensilità arretrate e io mi sono offerto di dargliene solo una», ha detto Iacone ai carabinieri e al pm di Chieti Giuseppe Falasca. Da qui è nata la lite finita nel sangue: Iacone ha aggredito Di Domenico e l’ha colpita su un lato della fronte con una pietra ornamentale grande quanto il palmo di una mano, circa 15 centimetri. «Poi, lei è caduta sul tavolo di vetro. Anch’io ho perso l’equilibrio e sono caduto insieme a lei», ha detto l’assassino. Ma la versione di Iacone, su questo punto, non è considerata credibile dagli inquirenti: «Cadendo, il tavolo di vetro si è rotto e ha ferito Di Domenico alla gola mentre io mi sono fatto male a una mano». Iacone ha ammesso che lui l’ha «colpita tre volte alla testa» ma ha detto che non le ha reciso il collo. Invece, il sospetto degli investigatori è che, in preda alla follia, lui le abbia tagliato la gola per finirla. Su questo sarà determinante l’autopsia che il medico legale Cristian D’Ovidio eseguirà domani mattina all’ospedale di Chieti: D’Ovidio dovrà stabilire se la ferita alla gola di Di Domenico è stata provocata da un colpo inferto dalla mano dell’uomo oppure se è legata alla caduta.
Iacone ha parlato del tentativo di nascondere il cadavere portandolo dall’appartamento al primo piano del palazzo di via Monte Sirente 65 fino alla mansarda: «Mi sono impaurito e non mi sono reso conto più di niente. Sì, ho preso un lenzuolo e ho provato a nascondere il corpo». Tre piani di scale fino agli sgabuzzini della soffitta con il cadavere della psicologa portato in braccio e sulle spalle: Di Domenico è stata trovata accasciata a terra, rannicchiata in fondo al corridoio degli stanzini, mezza coperta con il lenzuolo sporco di sangue. Alla domanda sul perché abbia provato a occultare il corpo, Iacone ha risposto: «Non so perché l’ho fatto. Sono andato nel panico».
A chiamare i carabinieri è stato un vicino di casa che ha sentito le grida della donna: «Aiuto, aiuto, fermati», queste le ultime parole di Di Domenico prima di essere uccisa. Quando i carabinieri di Francavilla – guidati dal comandante Antonio Solimini – sono arrivati in via Monte Sirente hanno trovato la porta dell’appartamento chiuso: hanno bussato e Iacone ha aperto subito. Forse, avrebbe voluto far sparire le tracce del delitto ma, viste le condizioni dell’ingresso dell’appartamento, ci sarebbe voluto troppo tempo e non sarebbe servito a niente. Davanti ai carabinieri è apparsa una scena orribile con sangue ovunque e, accanto alla macchia più grande, la pietra usata per colpire alla testa la psicologa. Per arrivare al corpo della psicologa, poi, gli investigatori non hanno fatto altro che seguire le tracce di sangue lungo le scale di marmo.
Portato in caserma, Iacone ha parlato: un racconto lucido di una persona rassegnata al proprio destino. «È stato un incidente», la prima versione ritrattata subito. Poi, l’ammissione: solo parziale o totale, questo lo diranno l’autopsia e gli accertamenti scientifici.
E, ieri mattina, nell’appartamento del quartiere Pretaro, sono tornati i carabinieri del reparto scientifico, guidati dal maggiore di Chieti Federico Fazio, per proseguire i rilievi iniziati la sera prima e cristallizzare la scena del crimine.
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