I baristi rimasti in trincea: «Siamo più forti del virus»

Meno guadagni e pochi clienti, ma i titolari non si arrendono alle nuove chiusure «Affluenza ridotta, ma cerchiamo di fornire un servizio e un segnale di positività»
PESCARA. Una botte o un tavolino posti sulla soglia sono i metodi più utilizzati per bloccare l'ingresso al pubblico e garantire il servizio d'asporto. Per i più fortunati con il piano di lavoro in vetrina, il bancone si affaccia direttamente su strada. Qualcun altro invece ha consentito l'accesso anche all'interno, ma rigorosamente una persona alla volta e non senza l'igienizzazione delle mani.
I bar di Pescara si sono subito riadattati, rimodulando il proprio servizio al solo asporto e alla consegna a domicilio, così come previsto anche con il passaggio da domani dell'Abruzzo nella zona rossa. Pur di fronte a incassi ridotti, pochissimi clienti e costi fissi da mantenere, il desiderio di lanciare un messaggio di positività è più forte e non li fa desistere.
SEGNALE PER LA CITTÀ. «Fermarci mai, noi siamo più duri del Covid», dice Pietro Bucciarelli, titolare della cremeria La Bresciana, affiancato da Alessandra Di Simone. «Pescara lavora molto con l'hinterland, quindi da quando sono vietati gli spostamenti tra comuni le presenze si sono notevolmente ridotte. Anche l'impossibilità di consumare all'interno dei locali scoraggia ulteriormente. Tutto questo si riflette sulla riduzione dei nostri incassi. Ma comunque restiamo aperti, almeno fino a che non dovessimo diventare zona rossa». È una questione sociale per Claudio Di Nicola, che insieme al figlio gestisce il Caffè Di Nicola lungo via Cesare Battisti. «Vogliamo dare un servizio ai clienti che hanno un'attività qui vicino, ai commessi dei negozi, agli impiegati di banche e uffici. Su un piano economico, il solo asporto o la consegna a domicilio non bastano per coprire le spese. C'è poco movimento in giro e il fatto che non ci si possa fermare al bar, rende il nostro lavoro più un segnale di solidarietà e un messaggio che testimonia che la città è aperta. Che Pescara è viva». «La situazione è difficile», confessa Edgard Baldassarre, la cui famiglia è titolare di Caffè Ideale. «Pur se con tutte le restrizioni, ci stiamo provando lo stesso. Vogliamo continuare e stiamo vedendo dei piccolissimi risultati».
PROVE DI RESISTENZA. È una vera prova di resistenza quella per molti bar che si trovano a fare i conti con il crollo dei fatturati. È il caso di Naiko, caffetteria e gelateria con due punti vendita, lungo corso Vittorio Emanuele e su via Firenze, quest'ultimo attualmente chiuso. «Abbiamo lasciato aperto solo il punto vendita su corso Vittorio Emanuele, facendo un tentativo con l'asporto», spiega il titolare Alessandro Di Benedetto. «Abbiamo registrato un calo del 50 per cento già dalla prima settimana di ottobre. Non ci aspettavamo che la situazione peggiorasse ulteriormente, ma è quello che è accaduto con la suddivisione in fasce. È vero che la nostra attività lavora molto più d'estate e che d'inverno c'è un calo fisiologico, tuttavia, ora la situazione è drammatica. Siamo passati dagli incassi azzerati con il lockdown, a una ripresa in estate per poi assistere alla discesa a settembre, al crollo di ottobre e ora alla drammaticità di novembre. Durante questa settimana ho fatto solo due consegne a domicilio». Parla di esperimento Salvatore Cozzolino, della pasticceria napoletana da Mary in piazza Salotto. «Non vale la pena stare aperti. È una morte lenta perché le spese si devono pagare lo stesso. Siamo un locale che lavora molto sugli aperitivi. Solo con dolci e caffè non riusciamo a reggere. Vedremo come andrà per una decina di giorni e poi decideremo il da farsi». Non ci pensa nemmeno a chiudere tutto Andrea Tiberio, della caffetteria e paninoteca Stuzzicomania su via Chieti. «Da quando ho riaperto a maggio lavoro in perdita. Qualche fondo statale è arrivato, ma è solo un palliativo. Nonostante questo però, insieme a mia moglie non abbiamo mai pensato di fermarci. I fatturati sono sempre più in discesa e lo smart working ci aveva già danneggiato da tempo, ma vogliamo mantenere i rapporti con i nostri clienti. Continuiamo a lavorare con i pochi uffici rimasti in presenza della zona. Meglio questo che niente».
APERTURE RIDOTTE. A risentire dello smart working anche il Bar delle Rose, lungo corso Vittorio Emanuele. «L'affluenza si è ridotta del 60 per cento. La situazione non è buona», sottolinea uno dei due titolari, Andrea Mariani. «Lavoriamo molto di meno, sia come caffetteria che come asporto. Per questo motivo abbiamo preferito chiudere la sera e nel weekend, e provare a salvarci nell'ora di pranzo, ma devo ammettere che i risultati sono scadenti. La gente ha paura di venire al bar, pur avendo messo in atto tutte le precauzioni e poi non c'è movimento in giro. Nonostante questo, cerchiamo di dare un piccolo servizio e un segnale di positività».

