I commercianti di Montesilvano: «Incassi crollati, ma resistiamo»

Di Domizio, presidente dell’associazione che rappresenta 50 negozi in città: «Dal governo solo briciole: le nostre aziende sono quasi tutte a conduzione familiare e si trovano in difficoltà»
MONTESILVANO. «Rischiamo di chiudere: la zona rossa ci ha distrutto». I «ristori governativi sono briciole, dimostrano il fallimento della politica economica». Nel giorno del ritorno alla zona arancione, i commercianti di Montesilvano tirano le somme e denunciano il crollo del 50% degli incassi e il messaggio al governo centrale e regionale è: «Potenziate la sanità con i fondi destinati al commercio, controllateci, ma fateci riaprire e lasciateci lavorare». Da questo Natale usciranno «con le ossa rotte» i piccoli, grandi e storici esercenti della città che però non possono e non vogliono arrendersi «altrimenti moriremo».
NON MOLLARE E allora "resistere" è la parola d'ordine. Andare avanti per non soccombere, sperando che passi presto questo 2020. «Le nostre aziende sono quasi tutte a conduzione familiare e sono in grande difficoltà», denuncia Gianluca Di Domizio, presidente dell'associazione "Montesilvano nel cuore", sorta nel 2012, che conta 50 associati di diverse categorie merceologiche, «le restrizioni potrebbero essere giuste da un punto di vista sanitario, ma chi legifera lo capisce che noi non abbiamo, come loro, il lauto stipendio mensile a fine mese? Se continuiamo così rischiamo la chiusura. Novembre è stato un mese micidiale, poi la zona rossa e alla fine di questo Natale chiuderemo a supermeno se non ci sarà un cambio di rotta». E allora, che fare? «Dopo il lockdown», prosegue Di Domizio, titolare di un negozio in un centro commerciale chiuso il fine settimana, «non abbiamo visto neppure il fondo perduto di 600 euro, qualcuno di noi il ristoro lo ha preso, ma sono briciole».
«Questi fondi», suggerisce l'esercente, «era meglio convogliarli sul potenziamento della sanità che non regge con la pressione dei contagi, così almeno ci avrebbero permesso di riaprire e lavorare». Sulla cassa integrazione ai dipendenti «attesa dall'estate e arrivata a ottobre, noi titolari abbiamo anche dovuto pagare il 9% di tasse. Una vergogna», tuona Di Domizio, «dicembre è un mese predominante per gli acquisti e la zona rossa ci ha distrutto».
COMMERCIO ELETTRONICO Non è solo una questione economica, c'è chi non ce la fa psicologicamente a reggere l'onda d'urto delle restrizioni e dei sacrifici che sembrano non portare a nulla. «Ai miei colleghi dico: siate resilienti, resistete», esorta il rappresentante dei commercianti che hanno deciso di puntare sulla vendita on line (osteggiata per anni, ma con la pandemia divenuta punto di forza dell'economia mondiale) con la presenza delle attività sul portale "Sotto Casa Mia", il marketplace del commercio elettronico, realizzato da Lorenzo Putaturo e Alessandro Marcucci, con il sostegno delle associazioni di categoria, come Confesercenti. «Il portale sta funzionando», rivela il presidente dell'associazione, «le iscrizioni stanno arrivando anche da Pescara, siamo contenti», ma «è difficile competere con i colossi mondiali, è necessario fare investimenti futuri. Le lotterie? Fanno ridere. Che succede se nel futuro ci saranno altre pandemie? Quando ci riprenderemo? Tanto vale dare le chiavi dei nostri negozi ai governi e dire loro: assumeteci, facciamo i dipendenti».
INCASSI CROLLATI Conferma, Gianfranco Costantini, dal negozio di corso Umberto a conduzione familiare aperto nel 1959 da papà Vinicio, che «il crollo degli incassi è del 50%» e che l'attività ha percepito un ristoro di «3000 euro che sono serviti a fare la spesa, per reggere l'attività ci vorrebbero altri due o tre zeri» tra lockdown, chiusure, riaperture e infine zona rossa. Costantini, che generalmente lavora anche con la vendita on line , esprime i paradossi del commercio: «Ho un negozio di 200 metri quadri, c'è abbastanza spazio per far entrare i clienti con la mascherina e igienizzati. Invece io, piccolo imprenditore, devo far rispettare alla lettera le prescrizioni altrimenti mi fanno chiudere mentre nei centri commerciali c'è la folla e nessuno dice nulla. Oppure, se voglio comprare una pizza in un negozio vicino, posso portarla via e mangiarla per strada come un poveraccio. Mentre mi si spinge a comprare la pizza da asporto per pagare le commissioni a una multinazionale che non paga le tasse in Italia».
La zona rossa fino a ieri equivale adesso a «creare la ressa per gli acquisti natalizi all'ultimo minuto, altro che attività chiuse per evitare gli assembramenti. Le chiusure non servono: è sufficiente il rispetto delle norme di sicurezza. Venite a controllarci, ma fateci lavorare».

