I familiari: «È un incubo che non finisce mai»

19 Gennaio 2019

Il tempo non attenua rabbia e dolore: «Non possiamo rassegnarci sapendo che potevano essere salvati»

FARINDOLA. «La rabbia ce l’avevo già prima che arrivasse la valanga, quando pulivo, pulivo la neve con il bobcat e il piazzale dell’albergo era sempre pieno. Ce ne dovevamo andare prima, questo è. E oggi di rabbia ce n’è ancora di più». Fabio Salzetta, manutentore dell’hotel, l’ha vista in faccia quella sciagura e ce l’ha ancora nello sguardo e negli incubi che non l’hanno più abbandonato da quel pomeriggio di gennaio, quando la valanga ha abbattuto l’hotel mentre lui era entrato casualmente nel vano caldaia. Per questo si è salvato. Ma la sorella Linda, anche lei dipendente dell’hotel, no. Fabio passò il pomeriggio, la sera e la notte successiva ad aspettare i soccorsi davanti a quello che rimaneva dell’albergo e per questo con lo sguardo spento oggi dice: «Come faccio a dimenticare, ritornano sempre, di continuo, quei momenti».
Di dolore e rabbia parla Annamaria Angelucci, sorella di Silvana, morta con il marito Luciano: «Passa il tempo e aumentano di pari passo dolore e rabbia. Di mia sorella non riesco a parlare senza piangere».
«Voglio sapere nomi e cognomi di chi ha ucciso 29 persone», chiede Riccardo Di Carlo, rimasto orfano dei genitori con il fratello Piergiovanni e il piccolo Edoardo, uno dei quattro bambini estratto vivo dalle macerie: «Era ora che i rappresentanti dello Stato venissero, a prescindere dal colore politico. Ma adesso voglio capire, ci devono dire che cosa è successo quel giorno».
«Sono sensazioni che non si possono raccontare», sospira Mario Tinari che in quella tragedia ha perso la sua unica figlia, Jessica, e il fidanzato Marco, che per lui era come un figlio. «Se ripenso a quei giorni di gennaio, dopo la valanga, all’attesa disperata in attesa dei soccorsi, sembrava di essere in un incubo. Mi ripetevo, finirà», dice Mario Tinari, «e invece ci siamo ancora dentro. E anzi, più il tempo passa e più va peggio». E a proposito del tempo, Tinari pensa anche al processo: «Io ho 66 anni, quanto dovrò ancora aspettare per vederne la fine? Quindici, venti anni? Anche questa è la rabbia, come le telefonate che si stanno scoprendo adesso: le istituzioni non solo ci hanno lasciato soli, ma ci hanno anche tradito».
Il papà di Ilaria, Filippo Di Biase: «Sarà stata la neve, ma questo anniversario si è sentito ancora di più, anche se io e mia moglie veniamo quasi tutti i mesi a portare un fiore ai ragazzi. Ma non ci si abitua mai, anzi. Ogni volta è peggio». Lo ripete tra le lacrime anche Paola Ferretti, mamma di Emanuele Bonifazi, addetto alla reptionist dell’albergo.
«Ogni volta che si viene a Rigopiano fa più male delle altre», confida Diana Anniballi, mamma di Valentina Cicioni, «mia figlia aveva la vita addosso, non ci si può rassegnare a quello che è successo. Non ti rassegni mai, perché sai che si potevano salvare e alla fine non li hanno voluti salvare. Hanno distrutto le famiglie. È questa la rabbia che non passerà mai». (s.d.l.)