I genitori preoccupati: «Un medico nelle scuole»

4 Settembre 2020

Famiglie in allerta per i possibili focolai legati a contagi di bimbi e insegnanti «Un solo caso può far scattare la chiusura di una classe o dell’intero l’istituto»

PESCARA. A scuola senza mascherina, se c'è il metro di distanza. Il ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina fa dietrofront rispetto agli annunci dei giorni scorsi quando, sentito il parere del Comitato tecnico-scientifico, aveva sentenziato: mascherine obbligatorie in classe per i bimbi oltre i 6 anni, fatte salve le dovute eccezioni: attività fisica, pausa pasto, interrogazioni.
Restano invariati il distanziamento, l'igiene delle mani, il ricambio d'aria nelle aule. A 20 giorni (in Abruzzo gli istituti riaprono il 24) dall'avvio dell'anno scolastico, le famiglie avvertono ancora una sensazione di confusione rispetto alle regole anti Covid da adottare per il rientro in classe. I genitori chiedono il ritorno del medico scolastico, figura professionale che ha resistito fino alla fine degli anni 80 e che si occupava soprattutto della prevenzione sanitaria.
Per mamma e papà la mascherina in classe per tante ore «è un'idea assurda e agghiacciante se si pensa anche all'alta concentrazione di anidride carbonica respirata dai bambini», con il bavaglio sulla bocca per un tempo indefinito. Le dichiarazioni ministeriali a fasi alterne generano «panico, apprensione e dubbi» nelle famiglie, che dal ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina si aspettano chiarezza.
I genitori chiedono che nelle scuole sia introdotta «la figura del medico, o una figura con laurea sanitaria», operante nelle sale scolastiche Covid e in affiancamento ai referenti Covid scelti tra il personale scolastico, come da disposizione ministeriale. «Non serve la mascherina, se c'è distanziamento fisico e gli ambienti sono arieggiati», è l'opinione dell'epidemiologo Lamberto Manzoli, responsabile del registro tumori dell'Agenzia sanitaria regionale, «il dispositivo non è tollerato neppure dagli adulti negli ambienti di lavoro, figuriamoci dai bambini: l'aria che si respira all'interno della mascherina è satura di anidride carbonica».
Mamma di una bimba di 7 anni e docente di storia dell'arte alla D'Annunzio e all'Acerbo, Francesca Carusi dipinge uno scenario preoccupante, ma realistico, per i prossimi mesi: «La mascherina in classe è il problema minore. Ciò che preoccupa sono i possibili focolai che potrebbero derivare da qualcuno, bambino, insegnante, personale Ata, che si ammala, di febbre o anche solo sintomo intestinale. E i bimbi a scuola si ammalano in continuazione. Un solo caso accertato può far scattare, a ripetizione, la chiusura di una classe o della scuola». Si creerebbe una reazione a catena di altre emergenze, secondo la prof, come quella relativa alla «quarantena di un docente equiparata alla malattia, secondo l'ultima circolare ministeriale. Ebbene, un insegnante in isolamento può fare lezioni in smart working oppure no? Ogni scuola dovrebbe avere un medico in ambulatorio per eseguire test rapidi o tamponi, in questo modo si eliminerebbero le lungaggini dei risultati». Carusi, come mamma e come docente, si dice «preoccupata» e comprende «i genitori che vanno in panico», però «confida nel buon senso degli insegnanti, dei presidi e degli operatori scolastici. Si dovrà risolvere anche il nodo di orari e trasporti».
Maria Pia Di Sabatino, mamma, nonna e presidente regionale dell'Anffas che da una vita si occupa di persone con disabilità, ammette che «le normative sono un po' confuse», va controcorrente e non ha alcun dubbio: «La mascherina va indossata sempre, come ripeto sempre ai miei nipoti e alle mamme che incontro. E' l'unica prevenzione, al momento».
«Gli operatori, secondo la mia formazione Anffas, dovrebbero indossare tutti i dispositivi usa e getta e gli insegnanti», suggerisce, «potrebbero consentire ai bambini di prendere un po' d'aria di tanto in tanto». In linea con i vertici nazionali dell'associazione, Di Sabatino ribadisce che «è più che mai importante, ora, il senso di responsabilità di genitori, insegnanti e personale scolastico».
Dal ministero arriva la rassicurazione che «particolare attenzione va posta agli studenti che non possono indossare la mascherina o che hanno una fragilità che li pone a maggior rischio, adottando misure idonee a garantire la prevenzione della possibile diffusione del virus Sars-CoV-2 e garantendo un accesso prioritario a eventuali screening o test diagnostici».
Le perplessità delle famiglie sono di ordine pratico. Chiara Colangeli, mamma single di due bimbi di 5 e 10 anni: «Cambiare la mascherina ogni giorno è un dispendio economico non indifferente. Io lavoro in una azienda e ho un solo stipendio. Il governo mi darebbe una mano se dovessi rimanere a casa in isolamento con i miei figli, considerando che la cassa integrazione governativa è arrivata con mesi di ritardo? Chi ha figli in scuole diverse trascinerà il virus da una sede all'altra in caso di contagio? Che senso ha pensare ai banchi con le rotelle, se poi bisogna attendere giorni per il risultato di un tampone?», sono gli interrogativi di questa giovane madre pescarese.
Preoccupazione è stata espressa anche da Walter Taresco e Agnieszka Szuba, titolari del bar Olimpia e genitori di due bimbi di 5 e 11 anni: «E' già difficile per noi tenere la mascherina sul lavoro tutto il giorno, figuriamoci per i bambini. Il distanziamento fisico risolve il dilemma».
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