I giudici: «Ecco come Lo Russo pianificò l’omicidio del marito»

Depositate le motivazioni della sentenza che ha condannato la donna e il figlio Michele Gruosso a 26 anni complessivi: «Volevano provocare un’emorragia fatale con dosi massicce del farmaco»
PESCARA. «Alla luce delle risultanze dibattimentali, il grado di sviluppo raggiunto nell'iter criminis è tale da far ritenere come verosimile, se non addirittura certa, la realizzazione del delitto di omicidio, non giunto alle estreme conseguenze per il provvidenziale intervento della polizia giudiziaria, del tutto casualmente venuta a conoscenza del piano criminoso, che ha portato all'arresto degli indagati interrompendone l'azione».
E' uno dei passaggi forti che fanno comprendere il pensiero dei giudici che hanno condannato Daniela Lo Russo, di origine pugliese, e suo figlio Michele Gruosso, per il tentato omicidio del marito e patrigno, Antonio Di Tommaso: 13 anni e 8 mesi alla donna, 12 anni e 8 mesi al figlio. Stiamo parlando della più nota Lady Coumadin, come è stata ribattezzata la Lo Russo, che insieme al figlio aveva studiato, e stava attuando, un sistema sopraffino per togliersi di mezzo il marito ormai scomodo: una sorta di delitto perfetto attraverso la massiccia somministrazione di quel farmaco, il Coumadin, che impedisce la coagulazione del sangue e avrebbe potuto portare a morte il malcapitato, magari a causa di una emorragia interna.
E qui si lega l'aggressione che madre e figlio avevano, secondo l'accusa sostenuta dal pm Rosangela Di Stefano (altra "vittima" dell'imputata, come spieghiamo nell’articolo a destra), organizzato ai danni di Di Tommaso: botte con una mazza da baseball da parte di un colombiano assoldato per 500 euro da Gruosso (soldi neppure pagati in quanto il risultato non fu quello sperato dai mandanti).
«Gli atti compiuti da Lo Russo e Gruosso», scrivono i giudici in sentenza per spiegare le motivazioni della condanna (presidente Maria Michela Di Fine a latere Anna Fortieri e Angelo Di Salvatore), «costituiti da strategica e costante somministrazione del Warfarin», il Coumadin, «all'inconsapevole Di Tommaso in assenza di necessità terapeutiche tanto da determinare l'effetto di accumulo e superare i parametri ben oltre il limite massimo del dosaggio terapeutico; adozione di tutti i comportamenti sconsigliati dalla scienza medica in caso di assunzione di Coumadin; obnubilamento della vittima attraverso la somministrazione di psicofarmaci; mancata collaborazione nell'assunzione della terapia prescritta», con vitamina K, «mandato al Mosquera di aggredire il Di Tommaso, così da accelerare il processo emorragico, risultano potenzialmente capaci di realizzare l'esito infausto avuto di mira, non essendo peraltro emerse in dibattimento altre spiegazioni plausibili atte a giustificare le condotte tenute da Lo Russo e Gruosso».
Nelle 65 pagine di sentenza i giudici hanno ripercorso tutta la vicenda, partita da alcune preziose intercettazioni telefoniche tra madre e figlio, scaturite da una presunta aggressione che la donna avrebbe subìto. Ed è proprio da questo ascolto che i carabinieri sono riusciti a evitare il peggio per la parte offesa. Sono stati riportati anche tutti i significativi passaggi medici relativi ai diversi ricoveri subiti da Di Tommaso (che da quando vennero arrestati gli imputati, non ebbe più disturbi); gli acquisti del farmaco da parte del figlio e la somministrazione dello stesso anche durante i ricoveri all'insaputa dei medici. Nel trattare l'elemento psicologico di Lady Coumadin, i giudici si soffermano sulla deposizione della stessa imputata.
«Emerge la piena consapevolezza della Lo Russo in ordine agli elevati rischi connessi all'uso del Coumadin, posto che, dopo aver ammesso di aver somministrato l'anticoagulante all'ignaro marito, ha dichiarato: "Il Coumadin non uccide nessuno se non dato in dosi stratosferiche", dimostrando di essere perfettamente al corrente della necessità di sottoporsi a costante monitoraggio medico». Importanti anche i messaggi che madre e figlio si scambiano in occasione dell'aggressione al marito: "Deve andarci pesante”, dice al figlio parlando del colombiano assunto per l'aggressione; "Sto toccando il limite, torno a essere come una volta, parla con quello anche per me, almeno lascio un po' di soldi alla bambina, a sto mondo a far bene non serve».
Messaggi che «evidenziano la chiara volontà di entrambi gli imputati di organizzare l'aggressione a Di Tommaso, appositamente scoagulato con il Coumadin, proprio al fine di provocarne una emorragia fatale». I giudici, per descrivere meglio la personalità dell'imputata, citano anche la deposizione del suo ex amante «per circa un anno e mezzo, a cui aveva fatto credere che la separazione dal marito era cosa fatta, poi non realizzata per motivi economici. Relazione extraconiugale interrotta nel marzo del 2016 per decisione di lui. Significativi i colloqui telefonici tra Lo Russo e un mago, dai quali emergeva che la stessa si rivolgeva a un esperto esoterico, chiedendo e concordando l'esercizio di pratiche ritualistiche per ottenere che l'amante tornasse incondizionatamente da lei».

