I legali del sindaco attaccano: «La Regione vero colpevole»

20 Gennaio 2023

E in aula spunta il maxi schermo con gli atti fantasma della Carta sul pericolo valanghe 

PESCARA. Nella seconda giornata di arringhe nel processo per il disastro di Rigopiano dove il 18 gennaio del 2017 persero la vita 29 persone per il crollo dell'hotel spazzato via da una valanga, è scesa in campo la difesa agguerrita di una delle posizioni più a rischio: quella del sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, che insieme al suo funzionario tecnico, Enrico Colangeli, rischia una condanna a 11 anni e 4 mesi di reclusione, stando almeno alle conclusioni del procuratore Giuseppe Bellelli e dei sostituti Andrea Papalia e Anna Benigni.
I difensori di Lacchetta, Cristiana Valentini, Massimo Manieri e Goffredo Tatozzi, ieri hanno giocato tutte le loro carte, proiettando, davanti al gup Gianluca Sarandrea che sta giudicando tutti e 30 gli imputati con il rito abbreviato, ben 230 slide nei due maxi schermo installati nell'aula, utili per sviscerare la montagna di documenti raccolti nelle lunghe investigazioni difensive. E infine hanno chiesto le assoluzione dei due imputati .
Il filo conduttore dei loro interventi è stato uno solo: lo scaricabarile delle responsabilità fra imputato e imputato e fra gli enti coinvolti, Regione, Provincia, Prefettura, Comune di Farindola e struttura tecnica. La difesa ha puntato il dito contro la Regione Abruzzo, in modo particolare per mancata realizzazione della Clpv: la Carta localizzazione Pericolo Valanghe, approvata solo nel 2022: otto anni dopo la delibera di giunta regionale.
«Quella Carta», ha detto Valentini, «avrebbe consentito di evitare la tragedia. La sciagura di Rigopiano, in maniera disarmante, è una violazione delle regole cautelari di settore». E da qui, l’avvocata è partita per spiegare tutte le norme disattese e la successione delle stesse. «Sto dando soltanto un afflato giuridico a quanto detto dai periti che hanno pesantemente censurato questo argomento in una perizia che noi condividiamo». Valentini ha invece criticato la consulenza della procura: «Non si può partire dal sindaco di Farindola per spiegare eventuali responsabilità, perché la Protezione civile è una piramide che opera a cascata per quanto riguarda prevenzione e protezione dei territori». E anche parlando dell'emergenza nella fase acuta la Regione è tornata nel mirino della difesa di Lacchetta e Colangeli, che ha attaccato l'operato del Sor (la sala operativa regionale della protezione civile) in relazione alle telefonate fatte dal sindaco che chiedeva aiuto per il suo territorio.
«Se il Sor avesse fatto il suo lavoro avrebbe segnalato la situazione grave della zona vestina a Sistema che si sarebbe attivata con mezzi e uomini: si sarebbero mosse anche le turbine dell'Anas. Ma ha agito senza testa perché mancava il tavolo tecnico del Centro operativo regionale».
Sistema Italia è la sala operativa della Protezione civile nazionale aperta h24: il Sor era il filtro, diciamo così, tra il territorio, e quindi nel caso specifico i sindaci, e Sistema. «Forse», ha detto la Valentini, «soltanto un decimo di quello che stava accadendo in Abruzzo era a conoscenza di Sistema. È stata violata la prima regola e così l'interscambio fra Enti è stato bloccato dalla Sor, e non sappiamo il perché».
Affermazioni fatte sulla scorta delle telefonate che Lacchetta fece alla Sor, che non sarebbero state registrate in nessun brogliaccio, così come tante altre, secondo la difesa del sindaco. «Alle 15 del 18 gennaio Lacchetta chiama i vertici regionale che gestivano le turbine, ma nessuno risponde. Lacchetta ha segnalato l'isolamento di tutte e 29 le contrade di Farindola, e lì era inclusa anche quella che portava a Rigopiano». E ancora: « Il sindaco quel giorno era sui mezzi per cercare di chiedere aiuto a gente che non sentiva. Lui non aveva nessuna consapevolezza che Rigopiano era zona valanghiva, altrimenti sarebbe stato tutto diverso».
Anche il collega Manieri ha trattato l'aspetto della previsione e della prevenzione, battendo molto sulla Carta valanghe, ripercorrendo anche la storia di quel sito dove sorgeva l'hotel, dagli anni 40 in poi, anche attraverso documenti e testimonianze illustrate sul maxi schermo.
«È fondamentale dire», ha affermato il legale a margine dell'udienza, «che nel tempo c'è stata una sottovalutazione di quella che era l'importanza e l'individuazione del rischio valanghivo, e al momento in cui si è dato un preciso ordine (si riferisce alla delibera regionale del marzo 2014) di eseguire la Carta valanghe, per motivi che non conosciamo, questo percorso virtuoso si è improvvisamente interrotto.
Se viceversa fosse stato portato avanti e fosse stata realizzata quella Carta, non lo diciamo noi, ma i periti del giudice, sarebbe stata individuata quella come zona valanghiva e sarebbero state attivate le misure di salvaguardia da parte del sindaco per quell'hotel in zona a rischio».
Manieri ha parlato di inconsapevolezza collettiva del pericolo valanghe, argomento messo in evidenza anche dai periti. «È comunque certo», ha sottolineato, «che il vissuto sociale e collettivo di quella zona non era tale da poter lasciare immaginare a nessuno degli abitanti e degli specialisti, che lì potesse esserci un pericolo valanghivo. L'inconsapevolezza sta a significare la stessa non prevedibilità della esistenza del rischio». Ed ha concluso dicendo che «la difesa ha ripercorso la tragedia sulla base di fatti, testimonianze e documenti anche se finora, purtroppo, questo processo è stato vissuto in maniera passionale, e lo comprendiamo, ma ora occorre analizzare gli elementi costitutivi della fattispecie per vedere quali reati e a chi possono essere addebitati». Ha chiuso la discussione l'avvocato Tatozzi che ha trattato le questioni urbanistiche, per le quali la procura ha però chiesto l'assoluzione. Oggi nuova udienza. In campo ancora le difese, ma tocca alla Regione.