I legali: pronti al ricorso in Cassazione

I difensori di Provolo: «Condannato per fatti privi di rilevanza in ordine alla tragedia». Le motivazioni entro il 10 maggio
L’AQUILA. «Come Regione Abruzzo siamo chiamati a recepire la sentenza e per rispetto istituzionale doverosamente non commentiamo. Per noi era importante assicurare che il decorso processuale avvenisse nei tempi necessari per garantire un esito certo». È il commento del presidente della Regione Marco Marsilio alla sentenza di secondo grado di Rigopiano, per la quale ringrazia, in particolare, la presidente della Corte d’Appello dell’Aquila Fabrizia Ida Francabandera, «che ha mantenuto l'impegno assunto e ha assicurato la veloce conclusione del processo, in tempo utile per consentire i ricorsi senza i rischi della prescrizione».
In attesa di conoscere i motivi della sentenza, entro il prossimo 10 maggio, i commenti arrivano anche dalle difese. L’avvocato Gian Domenico Caiazza, che asiste l’ex prefetto Provolo, sottolinea che la Corte d’appello dell'Aquila, ha «confermato l'assoluzione già dichiarata dal giudice di primo grado, riguardo alle due più gravi accuse che lo avevano raggiunto per la tragedia di Rigopiano». Dunque, rimarca Caiazza, anche per i giudici di appello il prefetto «non ha alcuna responsabilità né per la tragica morte o per le gravi lesioni in danno degli ospiti, né per la infamante accusa di depistaggio delle successive indagini». Provolo è stato ritenuto responsabile, «per una ipotesi di omissione di atti di ufficio e per la relativa, asseritamente falsa comunicazione al Ministero degli interni, entrambe relative al giorno 16 gennaio» aggiunge Caiazza parlando di «fatti del tutto privi di rilevanza in ordine alla tragedia» di due giorni dopo, e annunciando il ricorso in Cassazione». «La notizia di una sua condanna per depistaggio, che circola ormai incontrollata sui media, è totalmente falsa e gravemente lesiva della onorabilità del Prefetto», conclude Caiazza.
Ribadisce l’altro difensore di Provolo, l’avvocato Sergio Della Rocca: «Questo processo finirà in Cassazione e, come già detto per la sentenza di primo grado, non c’è da gioire, né sulle assoluzioni né su altro perché è comunque una disgrazia che riguarda tutta la nostra regione. Tuttavia, la realtà è che è stata confermata la sentenza di primo grado per quanto riguarda le imputazioni attinenti alle morti». Per l’avvocato di parte civile Romolo Reboa, «sembra che la Corte abbia ragionato in termini di giustizia. Le sentenze si commentano leggendole. Non c'è giustizia di fronte alla morte. C'è la possibilità di avere risarcimenti e ristori. Sono processi in cui gli essere umani devono essere rispettati, anche quanti sono stati condannati. Ci sembra che questa sentenza possa riaprire degli spazi».
Non c'è giustizia di fronte alla morte», sottolinea, «c’è la possibilità di avere risarcimenti e ristori». Secondo Reboa, la sentenza di secondo grado può dunque riaprire degli spazi sui possibili risarcimenti. L’avvocato Alessandro Casoni, altro difensore delle parti civili, intravede una prospettiva civilistica nel processo. «Innanzitutto dobbiamo leggere le motivazioni della sentenza e individuare un eventuale riscontro civilistico», afferma. «Dobbiamo capire quale nesso di causalità verrà individuato tra la tragedia e le condotte relative ai giorni che la precedono, il precedente e il 16 gennaio. Questo è un ragionamento che, a livello civilistico, potrebbe avere un riscontro di interesse, anche se bisogna approfondire bene nel dettaglio, anche perché la cosiddetta verità processuale non deve essere limitata al processo penale. Anche un processo civile può dare letture importanti sulla dinamica dei fatti e sulla responsabilità dei singoli», spiega.
L’avvocato Camillo Graziano, che rappresenta la famiglia Feniello, che nella tragedia ha perso il figlio Stefano, ribadisce un punto in particolare: «Se li avessero condannati tutti, ci sarebbe sempre stato qualcuno che, per i parenti delle 29 vittime, sarebbe comunque rimasto fuori. L’unica cosa che resta in piedi è questa: le persone, quel giorno, in albergo non dovevano andare e le condanne riguardano proprio questo aspetto. L’hotel doveva essere chiuso», ribadisce.

