I mille giorni di Matteo Dagli 80 euro al tracollo
Inizio brillante con il colpo di mannaia sui superstipendi. Le Europee lo premiano Poi le contestazioni su jobs act e unioni civili fino alla dura sconfitta referendaria
ROMA. «Vedrete che molte delle cose che abbiamo fatto resteranno perché la storia di questi mille giorni non la faranno i rancorosi commenti di queste ore» ha fatto sapere Matteo Renzi ieri sera con l’aria di chi non nasconde di voler essere rimpianto. E poi giù una lista di riforme più o meno felici realizzate in questi 34 mesi. A cominciare dal totem degli 80 euro: la mossa che, due anni fa, permise al Pd di trionfare alle Europee legittimando di fatto un premier salito a Palazzo Chigi senza mandato elettorale e sfrattando senza troppe cerimonie Enrico Letta.
La campanella. Al tradizionale passaggio della campanella, in una gelida cerimonia, il nipote di Gianni (sfiduciato dalla direzione Dem del 13 febbraio 2014) non lo degnò neppure di uno sguardo lasciando all’ex sindaco di Firenze la poltrona e la grana di un Pil a quota meno 2. Renzi andava di fretta. Una settimana dopo aver raccolto l’incarico del presidente Napolitano, era il 21, Matteo annunciò la lista dei ministri. «L’obiettivo è fare le cose da domani e fino al 2018» dettò con troppa fiducia.
80 euro. Tre mesi dopo, in una affollatissima conferenza stampa, tracciò il bilancio dei primi 90 giorni di governo. Gli 80 euro in busta paga, appunto, elargiti a 10 milioni di italiani ma con il difetto di escludere pensionati e incapienti, il decreto lavoro che introduceva il cosiddetto Jobs act licenziando, come neppure Berlusconi era riuscito a fare, l’articolo 18 e la riforma delle Province con la nascita delle città Metropolitane. E poi il colpo di mannaia sui superstipendi dei manager di Stato: tutti sotto quota 240 mila euro.
L’Italicum. Una mossa buona per togliere ai grillini la bandiera dei moralizzatori. «È solo l’inizio» promise raggiante ai giornalisti e alle tv in favore di camera. A proposito di Camera, il 4 maggio Montecitorio approvò in via definitiva la legge elettorale Italicum, in un primo momento sostenuta anche da Forza Italia sull’onda del Patto del Nazareno con Berlusconi. Una norma contestatissima, che vale solo per la Camera e non per il Senato producendo il pasticcio ora inviso a Mattarella, e non a caso finita nel mirino della Corte Costituzionale che si pronuncerà il 24 gennaio prossimo. Il 2015 di Renzi fu il trionfo delle promesse fiscali.
Sicurezza e cultura. Ma, a dire il vero, anche dei fatti. Via la tassa sulla prima casa, l'Ici, rendendo felice l’80 per cento delle famiglie e disorientando la sinistra Pd che avrebbe preferito investire quei 4 miliardi in politiche per il lavoro piuttosto che per ridurre il carico fiscale sul mattone di molti benestanti che non ne avevano certo bisogno. Doveva essere l’inizio di un maxi-taglio delle imposte da 45 miliardi di euro entro il 2018. Qualcosa si è visto, in termini di calo delle aliquote su Ires e Irap ma non sugli scaglioni Irpef. A novembre 2015, Renzi prepara la manovra nel clima cupo determinato dagli attacchi terroristici di Parigi e di Bruxelles. «Asciugate le lacrime, è il tempo di reagire» dice al Paese. Sul piano interno, c’è l’introduzione del principio: “un euro in sicurezza, un euro in cultura”.
La riforma. A inizio 2016, al termine di un iter lungo due anni, la riforma costituzionale Renzi-Boschi (silurata domenica scorsa dal referendum confermativo), che supera il bicameralismo paritario, modifica le competenze di Stato e Regioni, abolisce il Cnel e le Province, viene approvata dal Parlamento. A maggio, viene approvata la legge che introduce le unioni civili anche tra persone dello stesso sesso.
L’Europa di Spinelli. Mentre ad agosto, Renzi ospita a Ventotene Angela Merkel e Francois Hollande, per rilanciare il progetto europeo. Subito dopo vara una manovra da 26 miliardi di euro azzoppata da una crescita economica (lo 0,7%) inferiore di mezzo punto rispetto alle previsioni. E il quadro, non esaltante, viene aggravato dalla scia sismica che devasta il Centro-Italia e che acuisce anche lo scontro su Bruxelles su come conteggiare le spese per la ricostruzione. «Abbiamo ancora fame di futuro» dichiara il 18 novembre scorso nella conferenza stampa dei mille giorni. E tre giorni prima del referendum spara le ultime cartucce: accordo coi sindacati per il rinnovo del contratto dei 3,4 milioni di statali fermo da 7 anni (85 euro mensili di aumento). Al governo che verrà, Renzi lascia un bel po’ di dossier aperti: tra questi, una crisi del sistema bancario da risolvere, la riforma Pa a metà del guado, quella della giustizia praticamente immobile e il delicato passaggio, entro luglio 2017, della riscossione all’Agenzia delle Entrate dopo la soppressione di Equitalia.
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