«I montesilvanesi? Gente buona»

Sergio Agostinone: ma i pescaresi si sentono i primi della classe
MONTESILVANO. «Gente buona, altruista, che si dona agli altri. Siamo grandi lavoratori». A tracciare l’identikit del montesilvanese doc è Sergio Agostinone, «nato, cresciuto e pasciuto a Montesilvano». L’ideatore della mostra e del calendario sulla montesilvanesità conosce bene la città e i suoi abitanti, anche perché dal 1970, quando è entrato nella polizia locale, fino al 2004, quando è andato in pensione da comandante (dopo 22 anni da vice) ha lavorato nei vigili urbani.
«Ovviamente parlo degli F646», dice riferendosi alla parte terminale dei codici fiscali dei nati a Montesilvano. «Un tempo eravamo tutti artigiani. Prima di fare il militare aiutavo mia madre nell’edicola di piazza Trisi, l’unica all’epoca». Siao alla fine degli anni ’60 e Montesilvano conta circa 8000 abitanti. «Le donne compravano i settimanali Bolero, Grand Hotel e i fotoromanzi della Lancio. Per i bimbi c’erano Tex Willer, Il Monello, Blek Macigno e le figurine Panini. Dietro l’edicola c'era la piazzetta dove giocavamo tutti i pomeriggi, scalzi. Scommettevamo 10 lire a persona. Facevamo due squadre da cinque l’una. Un giorno arrivò un ragazzo più grande, prepotente e attaccabrighe. Voleva giocare a tutti i costi, ma noi ci rifiutammo. Prese i soldi e li buttò nel giardino vicino. È stato un caso isolato. Eravamo sempre pronti ad aiutarci gli uni con gli altri. Ero magrissimo e mia madre mi comprava il panino con la mortadella. Con i morsi che davano i miei amici, non restava nemmeno la metà».
Agostinone continua il ricordo: «Con me sono cresciuti, ad esempio, Carmine D'Andreamatteo, nominato assessore regionale o Renzo Gallerati sindaco due volte, e Carlo Di Giacomo, diventato un luminare all’ospedale di Atri. Montesilvano ha dato i natali a bravissime persone che hanno lasciato un segno indelebile. Per questo nel calendario, dedico una pagina agli “indimenticabili”, persone che mi hanno insegnato tanto. Oggi le cose sono diverse. Nel tempo ci siamo persi di vista. Ognuno è preso dai propri pensieri e non c'è più la solidarietà di una volta», conclude. «È cambiata la mentalità. C'è addirittura chi si vergogna a dire di essere montesilvanese, a differenza dei pescaresi, che si sentono importanti, i primi della classe».
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