«I nostri cari meritano verità e giustizia»

9 Giugno 2024

Ieri mattina all’Aquila, davanti al Tribunale, l’appello dei parenti delle vittime alla Procura, per il ricorso in Cassazione 

PESCARA. «Non possiamo riavere i nostri famigliari, ma aiutateci almeno a far avverare il nostro sogno giudiziario». Così Gianluca Tanda, portavoce del comitato vittime di Rigopiano. Assieme ad altri parenti, ieri mattina, con locandine e striscioni, si è recato all’Aquila, davanti alla sede del Tribunale dove lo scorso 14 febbraio sono state confermate 22 delle 25 assoluzioni emesse in primo grado e riferite ai fatti del 18 gennaio 2017, quando una valanga travolse l’hotel Rigopiano, provocando la morte di 29 persone. Otto condanne, quindi, con l’inserimento dell’ex prefetto di Pescara Francesco Provolo, dell’ex capo di Gabinetto della Prefettura Leonardo Bianco e di Enrico Colangeli, responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Farindola. «Un contentino», avevano commentato i famigliari nel giorno della sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila. E ora, a distanza di quattro mesi, chiedono al procuratore generale Alberto Sgambati, al quale hanno inviato una pec il 27 maggio scorso, di ricorrere in Cassazione. I termini scadono il 24 giugno. Il ricorso lo chiedono da genitori, da fratelli e sorelle di chi, nel giorno della valanga, ha perso la vita. Ma anche, dicono i familiari delle 29 vittime, «da cittadini».
Un desiderio di verità e giustizia, che attendono ormai da anni, «ben consapevoli del fatto», precisa Tanda, «che la verità processuale è ben lontana da quella storica». E ieri, ancora una nota di amarezza: «Non ci ha ricevuto nessuno. Dopotutto lo sapevamo, non lo abbiamo chiesto. Abbiamo scelto un giorno tranquillo per il sit-in, con l’idea di accendere un faro, perché i nostri cari meritano il terzo grado di giudizio. Una richiesta che parte dal cuore, la nostra. Ai tecnicismi penseranno i nostri avvocati», sottolinea Tanda.
«Come ci sentiamo? Gli stati d’animo sono quelli di sempre e l’amarezza, ormai, fa parte di noi da quel maledetto giorno», dice Paola Ferretti, che nel dramma ha perso il figlio Emanuele Bonifazi, receptionist dell’albergo. «Sarebbe veramente difficile accettare l’impossibilità di arrivare in Cassazione», aggiunge Marcello Martella, papà di Cecilia, estetista del resort, anche lei morta nella tragedia. «Si tratta di un ultimo step, per avvicinarci sempre di più alla verità e avere quel poco di giustizia che le nostre vittime meritano».
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