I parenti delle 29 vittime: «L’Italia vuole giustizia»

Fuori dall’aula del tribunale la rabbia e la speranza di padri e madri di chi non c’è più Tanda, il presidente del Comitato dei familiari: «Dovevano garantire la sicurezza»
L’AQUILA. Alle 8 di mattina qualcuno è già lì, fuori dalla sala A del tribunale dell'Aquila. Altri arrivano alla spicciolata, si abbracciano come se non si vedessero da anni. Fino a quel maledetto 18 gennaio del 2017 non si conoscevano neanche, a farli incontrare è stata la valanga di Rigopiano che ha travolto anche le loro esistenze.
Sono i genitori, i padri e le madri, i familiari delle 29 vittime, ma molti di loro dovranno rimanere nell'atrio perché l'ingresso è contingentato. Qualcuno si lamenta. «Entrano avvocati di parti civili che sono state ammesse ma che non abbiamo mai visto, e noi che siamo i parenti delle vittime dobbiamo rimanere fuori».
Dopo qualche minuto, viene srotolato lo striscione con i volti di chi no c’è più. Fa un certo effetto vedere quelle persone parlare tra di loro separate da una sedia con appoggiata la foto del proprio parente scomparso, come se fosse ancora lì.
«Siamo qui perché crediamo nella giustizia», afferma Gianluca Tanda, presidente del comitato delle famiglie delle vittime di Rigopiano. Nelle sue parole prima dell'inizio del dibattimento c'era tutta l'amarezza per l'esito del processo di primo grado. Sentimento destinato a cambiare in parte al termine della prima giornata. «Adesso sono un po' più fiducioso, dopo aver sentito le parole del presidente della Corte e del pubblico ministero Benigni».
Fuori dall'aula, prima dell'inizio del processo, Tanda raccontava dello sconforto dopo la prima sentenza, e la sua rabbia si rianimava quando il discorso finiva su quell'albergo in mezzo alla montagna. «Non possiamo essere noi semplici cittadini a chiederci se una struttura in mezzo alla montagna sia sicura, se una casa vicino alla ferrovia non rischi di trovarsi un treno che deraglia e uccide le persone (il riferimento è alla tragedia di Viareggio del 2009, ndc), è lo Stato che deve garantire la sicurezza, fare i controlli, se necessario chiudere le strutture poste in posizione pericolosa come l'albergo di Rigopiano. Siamo tutti speranzosi nel buon esito di questo processo», ha detto ancora Tanda, «non siamo solo noi a chiedere giustizia, ma tutta l’Italia perché in questo Paese deve passare il segnale che chi non garantisce la sicurezza dei cittadini deve assumersi le proprie responsabilità».
Seduta poco distante c'è Diana Anniballi, mamma di Valentina Cicioni, che dice di essere «fiduciosa che le cose possano cambiare, ma è anche vero che dentro abbiamo paura, un po' di speranza e tanta tristezza. Il tempo che passa ci logora, perché vorremmo la giustizia giusta e rispetto versoi nostri figli morti». È difficile non usare la parola destino, sul fatto di essere al posto sbagliato nel momento sbagliato. «Mio marito gliel’aveva detto a Valentina. Ma dove vai con tutta quella neve? E Valentina diceva: “ma dai, state tranquilli”. Il destino la stava aspettando a Rigopiano. Dall'hotel circondato dalla neve, poco prima della tragedia, mi aveva telefonato. Devi dire a papà che aveva ragione...». Sulla sedia accanto c'è Angela Spezialetti, mamma di Cecilia Martella: «Lei lavorava su, a Rigopiano. Speriamo di ottenere qualcosa. La speranza c'è sempre». Ma Angela racconta che quello che sta per arrivare sarà un altro Natale vuoto: «C'è chi il Natale non lo vuole più festeggiare».
Nicola Colangeli accompagnava la figlia Marinella ogni giorno all'albergo di Rigopiano. «Anche lei lavorava lì. Quando c’era brutto tempo la portavo su io, lì conoscevo tutti». Ora papà Nicola per tutti è il "custode di Rigopiano".
«Vado su quasi ogni giorno», dice, «controllo che sia tutto a posto e pulisco un po’». E racconta che, anni fa, quando era procuratore del comitato feste, si decise di ristrutturare un’edicola votiva in onore di San Nicola. «Avevamo scelto di metterci una piccola croce illuminata con i led. Poi però è arrivato uno del paese che l'ha segnalata e ci hanno fatto una multa di 1.300 euro perché quella luce disturbava la fauna selvatica», dice Nicola.
«Capisce perché noi siamo qui, oggi?», chiede Gianluca Tanda, «siamo qui per cambiare le cose in uno Stato in cui vengono multati i led della croce di una edicola votiva quando a poche centinaia di metri c'era un vero e proprio ecomostro». Dove in 29, quel maledetto 18 gennaio del 2017, hanno detto addio alla vita.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

