I periti: il Dna di Ciuraru sulla povera Anna

Al via il processo per la donna violentata e lasciata morire alla stazione. I testi inchiodano l’imputato
PESCARA. Il Dna trovato nei tamponi eseguiti sul corpo della povera Anna Carlini, la donna di 33 anni affetta da disturbi psichici, violentata e lasciata morire nel tunnel della stazione la notte tra il 29 e il 30 agosto del 2017, è riconducibile all'imputato Nelu Ciuraru (presente ieri in videoconferenza dal San Donato di Pescara), ancora in carcere per la violenza sessuale sulla donna, sotto processo insieme al connazionale romeno Lajos Robert Cioragariu, accusato solo di omissione di soccorso, reato di cui deve rispondere anche Ciuraru. Lo ha detto ieri al collegio, nel corso della prima udienza, il genetista Liborio Stuppia che eseguì gli esami. «Il profilo genetico di Ciuraru», ha detto al presidente Maria Michela Di Fine e ai due giudici a latere, «risulta compatibile con i tamponi prelevati dal cadavere. L’analisi biostatistica rivela che c’è una possibilità pari a diversi miliardi che esista un altro profilo identico e questa è dunque una eventualità pressoché impossibile». Ed è proprio questo elemento che la difesa di Ciuraru ha cercato di smontare, chiedendo al tribunale la inutilizzabilità della relazione di Stuppia per una questione tecnica: il mancato avviso all’imputato, che all’epoca non era neppure indagato, e perché conterrebbe accertamenti che la difesa ritiene irripetibili.
Il pm Rosangela Di Stefano si è opposta, sostenendo che quando venne eseguita l’estrazione del Dna non era necessario avvisare nessuno, e che la comparazione è un atto ripetibile, per cui se si vuole si può ripetere solo la comparazione. Il tribunale si è riservato di decidere alla prossima udienza fissata, il 22 luglio. Sentito come teste d'accusa anche il medico legale Cristian D'Ovidio che, in maniera chiara, ha ripercorso la sua consulenza. «L'azione sintetico additiva generata dall’etanolo ingerito e da dosi elevate di Carbamazepina, il farmaco che la vittima assumeva contro l'epilessia, ha provocato la depressione respiratoria acuta risultata determinante nel causarne il decesso». La morte non fu istantanea per cui se fosse stata soccorsa ci sarebbero state ottime possibilità di salvarla. Il teste ha illustrato gli esiti dell'autopsia, evidenziando che erano presenti diverse ecchimosi che, nonostante la ridotta possibilità di autodeterminazione per via delle sostanze assunte, fanno pensare a un tentativo di difesa dalla violenza sessuale». Ascoltati anche i poliziotti che hanno condotto le indagini e la sorella di Anna, Isabella Martello, una delle parti civili nel processo. Ha ripercorso la giornata in cui Anna si allontanò da casa, spiegando che soffriva di un disturbo della personalità e di epilessia e che per questo assumeva quei farmaci: ma non aveva mai fatto uso di bevande alcoliche. «Aveva la forza di un adulto», ha detto al collegio, «e la mente di una bambina». Non si sono presentati i tre testi chiave (stranieri che dormivano in quel tunnel) sentiti nel corso dell'incidente probatorio. Due di loro dovranno ripetere le dichiarazioni in aula in quanto quelle rese al gip sono state ritenute inutilizzabili dallo stesso giudice dopo l'eccezione della difesa.

