I posti di lavoro e l’export: la regione va a due velocità

L’analisi dell’economista Mauro dei dati Istat: ma il crollo temuto non c’è stato
I dati diffusi dall’Istat su occupazione ed esportazioni inducono a qualche importante riflessione. In Abruzzo, gli aspetti salienti riguardano l’aumento piuttosto contenuto dell’export mentre, per il mercato del lavoro, il forte rimbalzo dovuto al post-pandemia, con un tasso di crescita nel periodo 2020-2021 tra i più alti di Italia, si è attenuato nel 2022.
IL TALLONE DI ACHILLE.
Il settore industriale è quello che influisce negativamente sui livelli occupazionali e in particolare, sotto il profilo territoriale, è la provincia di Chieti quella che manifesta il maggiore decremento. Per quanto riguarda l’export le variazioni tendenziali sembrano essere le seguenti: una forte contrazione dei mezzi di trasporto (-21,7%), compensata tuttavia da una consistente spinta verso l’alto dei settori chimico-farmaceutico (circa il 50,0%), tessile-abbigliamento (+40,0%) e alimentari e bevande (+17%); si riduce inoltre l’incidenza di Chieti sul totale esportato (dal 65,1% al 58,8%) a vantaggio di Teramo (dal 17,1% al 20,4%) e di L’Aquila (dall’11,5% al 14,5%).
ACQUE ANCORA MOSSE.
Questi indicatori testimoniano la fase di grande incertezza che si sta ancora attraversando e come si stia cercando di uscire dalla “permacrisi”, ossia da un prolungato periodo di instabilità e insicurezza.
Pur in presenza di tali contraddizioni ed emergenze, si ritiene tuttavia che l’Abruzzo sia dotato di almeno quattro punti fermi che vale la pena sottolineare: una capacità di resilienza di fronte alle crisi; nelle fasi di ripresa, una crescita del Pil del 7,0% e del Pil per abitante del 7,8% nel periodo 2020-2021, nonché una stima del +3,8% per il 2022.
Si tratta di valori che si collocano al di sopra della media del Mezzogiorno e dell’Italia e che si avvicinano a quelli del Centro-Nord. E poi c’è la conferma di collocarsi all’interno delle regioni più industrializzate di Italia, se è vero che circa il 25% del Pil viene trainato dall’export, e oltre il 27% se si ragiona in termini occupazionali. Infine c’è un invidiabile patrimonio imprenditoriale.
MA IL PEGGIO È PASSATO.
In poche parole, i dati richiamati indicano con chiarezza che anche per l’Abruzzo le previsioni fosche di recessione, con il crollo del Pil e dei posti di lavoro, non si sono verificate. Si assiste a un forte rallentamento ma il tessuto produttivo sembra capace di reagire.
TRANSIZIONE ECOLOGICA.
Tornando all’export il risultato appare chiaro. Gran parte della sua modesta crescita dipende, come visto, dal calo dei mezzi di trasporto e dell’intera filiera dell’automotive che, com’è noto, riveste un peso determinante nel sistema economico abruzzese e rappresenta la punta di diamante dei nostri rapporti commerciali con il resto del mondo. Per questo suo preminente ruolo, crediamo sia opportuna un’ulteriore riflessione. La necessità di procedere verso la decarbonizzazione appare evidente, come pure gli impegni assunti verso il green. Ma riteniamo che una transizione così epocale debba essere graduale e ragionata, ispirandosi al principio della neutralità tecnologica, e da affrontare non in termini ideologici o dogmatici.
DA CHI DIPENDIAMO.
Nel corso della guerra in Ucraina abbiamo scoperto la dipendenza dalla Russia per oltre il 40% delle nostre esigenze energetiche. Alla stessa maniera ora si corre il rischio di dipendere per circa il 70-80% da altri paesi, come Cina e Usa, per la fornitura di materiali utili alla produzione delle batterie della auto elettriche.
Ciò potrebbe spiazzare l’automotive abruzzese e creare ulteriori problemi di approvvigionamento nonché di parziale blocco della produzione come si sta verificando. Questa situazione di transizione forzata potrebbe produrre notevoli costi sociali, con conseguenze negative sul fronte occupazionale, colpendo la componentistica e tutta la filiera dell’automotive abruzzese.
LA SPERANZA.
Da qui l’esigenza di una politica industriale europea che ci faccia uscire dall’attuale fase di incertezza e che sia in grado di indicare i mezzi per raggiungere l’obiettivo della transizione ecologica anche attraverso l’utilizzo, se possibile, di tecnologie alternative.
Ma tra le diverse emergenze, la questione centrale rimane quella dell’impennata inflazionistica, che dipende non tanto da un eccesso di domanda sul mercato quanto da un insieme di fattori quali l’approvvigionamento di materie prime, l’aumento dei costi dei beni energetici e le turbative nelle relazioni geopolitiche. Nel mese di febbraio i prezzi su base annua sono diminuiti di circa un punto percentuale, anche se rimangono alti (oltre il 9,0%). Si avverte tuttavia un’importante contraddizione: calano i prezzi connessi all’energia ma aumentano di oltre due punti percentuali i prezzi dei beni alimentari. La discesa dei prezzi appare molto lenta e ciò lascia presagire che ci vorrà molto tempo per far raggiungere il 2% voluto dalla Banca Centrale Europea.
I PIÙ ESPOSTI.
Diciamolo francamente: l’inflazione colpisce i più vulnerabili, i pensionati e tutti coloro che possiedono redditi molto bassi. È una sorta di tassa sulla povertà in quanto i beni di prima necessità pesano in misura elevata sul paniere delle famiglie più povere.
Inoltre, c’è un altro aspetto sul quale riflettere. L’esperienza insegna che mentre ad un aumento dei costi corrisponde sempre un aumento dei prezzi, non sempre si verifica il contrario. I prezzi sono resistenti al ribasso anche se i costi tendono a diminuire e ciò estende le classi sociali coinvolte nel processo inflazionistico. In un contesto di bassi salari come il nostro, la cui dinamica è praticamente stagnante, le buste paghe tendono così ad assottigliarsi con una progressiva perdita del potere di acquisto.
L’ERRORE DA EVITARE.
La Banca Centrale Europea sta adottando una progressiva politica monetaria restrittiva, portando il tasso di interesse di riferimento al 3% e prevedendo ulteriori aumenti. Un intervento, forse, eccessivo che non sta producendo effetti rilevanti sui prezzi, ma che invece potrebbe mettere a rischio la stabilità finanziaria e la debole ripresa. Il fatto è che la minaccia dell’inflazione non si combatte soltanto con continui aumenti dei tassi di interesse, ma spingendo verso l’accelerazione dei processi infrastrutturali e innovativi, vale a dire andando avanti sulla strada della trasformazione dell’economia.
Da questo punto di vista gli investimenti programmati dalla nostra Regione sembrano essere capaci di rafforzare il tessuto produttivo nel breve periodo ma anche soprattutto di proiettare l’Abruzzo nel futuro attraverso un percorso che lo renda più competitivo e attrattivo.
(* economista)

