«I problemi sono altri e non si risolvono con i soldati in strada»

Don Colmegna è da sempre un’istituzione nell’accoglienza «Per battere davvero il disagio ci servono operatori sociali»
MILANO. «A Milano abbiamo passato momenti ben peggiori di questo: dagli anni di piombo all’esplosione incontrollata del consumo di droghe. I problemi esistono, però sono strutturali alla vita di una grande città: non siamo diversi da altre metropoli, né finiti in un tunnel. Ma evidentemente piace raccontarla così: si cerca l’effetto, anziché star sui fatti».
Don Virginio Colmegna, 71 anni, a Milano è un’istituzione: attivo nel sociale dagli anni Ottanta, è forse l’uomo che conosce meglio le ferite della città. Il cardinal Martini lo aveva messo a guidare la Caritas nel 1993, Tettamanzi gli ha affidato nel 2004 la neonata Casa della carità. Da Albertini a Letizia Moratti, da Pisapia a Sala, è un punto di riferimento per amministrazioni di colore diverso; lo è anche in queste ore, dopo i fatti di cronaca che hanno portato Alfano ad annunciare l’arrivo dell’esercito.
Dica la verità, don Colmegna. L’arrivo dei militari la rassicurerebbe?
«Semmai il contrario: credo che la presenza dell’esercito accresca tra la gente la percezione di insicurezza, l’idea di vivere in un clima di guerra, e non è ciò di cui avremmo bisogno. Ci sono problemi aperti, è vero, ma nessuno di questi si risolve da solo con i soldati. Penso ad esempio alla droga: lo spaccio a Rogoredo non si risolve se non ti occupi anche del consumo crescente in città. Ecco perché, da diversi anni, chiediamo alle istituzioni che per ogni poliziotto in più ci sia anche un operatore sociale in più: la sicurezza vera si fa innanzitutto con le politiche culturali. Con tutto il rispetto per il lavoro delle forze dell’ordine, senza un incrocio con l’educazione e la prevenzione si fa poca strada».
Avevate uno slogan, qualche anno fa: Milano si-cura. Col trattino in mezzo.
«Sì, e non abbiamo cambiato idea nel frattempo. Andiamo in tutti i luoghi a vedere, a prenderci cura delle situazioni di sofferenza e di disagio, come dovrebbe fare chiunque voglia davvero cambiare le cose. Se invece ti limiti ad alzare la voce e ti affidi alle forze armate, alla fine avrai magari qualche ritorno elettorale, ma tutto rimarrà com’era».
Però le bande sembrano un’emergenza vera.
«Che non sottovaluto, sia chiaro, ma ci tengo a separarla dalla questione dell’immigrazione. Le faccio un esempio. Conosciamo tutti l’operosità della comunità filippina, vediamo quanto sia presente nelle nostre vite quotidiane e nelle nostre case; ora, il fatto che un gruppetto organizzato di filippini si sia inserito nello spaccio non può farci pensare che il problema sia chi viene qui a cercare lavoro dall’altra parte del mondo. E vale lo stesso per i latinoamericani, o per altri: se una città si chiude, crea ghetti; se una città si apre e integra, li previene».
Lo dice anche ai milanesi che si sentono minacciati?
«Certo. Perché molti di loro - i pensionati che faticano ad arrivare alla fine del mese, gli inquilini che non riescono a pagare l’affitto e rischiano lo sfratto - sono sempre più presenti anche nei nostri centri. A tutti diciamo che la guerra tra poveri non porta da nessuna parte, neppure se una delle due parti ha l’esercito con sé».
Alfano dice che i migranti a Milano sono troppi e bisogna alleggerire il peso.
«Premesso che la prima emergenza, quando si parla di migranti, non è di chi li accoglie, ma dei migranti stessi, mi pare che molto dipenda dall’ondata in Sicilia: abbiamo sofferto gli arrivi nel momento in cui era più forte, ma ora calerà. Più in generale, mi sembra che esista un problema legislativo e uno culturale: da un lato c’è un vuoto normativo in materia (si può restare solo se si chiede asilo, ci vuole il domicilio per poter dare lavoro), dall’altro non si sottolinea abbastanza la portata etica della questione. Poi c’è da parlare anche con gli altri Comuni, perché l’azione di accoglienza e integrazione deve essere collettiva, e Milano in questo senso ha una difficoltà in più: mi pare non ci sia ancora una cultura di area metropolitana; ci troviamo di fronte a una città circondata da periferie di altri paesi divisi l’uno dall’altro».
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