«I ragazzi lasciano soprattutto alle medie»

Ascione, preside del comprensivo 1: «Fenomeno costante». D’Angelo: «Tanti progetti della Caritas»
PESCARA. Si attesta sull’8 per cento l'abbandono scolastico in Abruzzo. Il dato arriva dall’indagine pubblicata da Open Polis a settembre 2021, sulle rilevazioni del 2020. La percentuale pone la regione al primo posto in tutta Italia come territorio virtuoso, che registra meno casi di abbandono scolastico, meglio della media europea ferma al 9,9 per cento. Il fenomeno, però, esiste. A dirlo è Teresa Ascione dirigente dell'istituto comprensivo Pescara 1, strutturato nelle scuole dell'infanzia e primarie di via Sacco, via Salara vecchia e Fontanelle e poi la media Foscolo. «La dispersione è un fenomeno abbastanza costante, che riguarda soprattutto i ragazzi delle medie, raramente stranieri. Le famiglie che arrivano dall'estero hanno la volontà e l’ambizione che i figli entrino nella società come cittadini consapevoli». Per ridurre al minimo eventuali casi di abbandono, la scuola lavora sulla prevenzione, «attraverso iniziative per rendere la didattica più appetibile», afferma la dirigente «e con un’offerta che si estende nel pomeriggio. In parte siamo riusciti a contrastare l’abbandono con queste attività, talvolta abbiamo dovuto segnalare alle autorità competenti casi più delicati. Quella è solo l’ultima spiaggia, perché puntiamo molto alla sensibilizzazione, anche dei genitori».
Il ruolo della famiglia è centrale nell'educazione. Ne è convinto Giannicola D'Angelo, sociologo e responsabile Osservatorio Povertà e Risorse della Caritas Pescara-Penne. «La Caritas ha partecipato a uno studio di prossima uscita sull’ereditarietà della povertà, in cui rientra anche quella educativa e che punta a monitorare quel passaggio per il quale se i genitori hanno vissuto contesti di povertà educativa è facile che trasferiranno lo stesso alla propria prole», spiega. «Occorre distinguere tra dispersione e abbandono scolastico. La prima è il rapporto tra l’alunno e l’istituzione scolastica e riguarda cosa lo studente apprende, come lo apprende e se il suo percorso è continuativo. L’abbandono può anche essere la conseguenza della dispersione».
Insieme rientrano nel concetto della povertà educativa minorile, «che va oltre la frequenza scolastica, inerisce tutto ciò che la scuola può fare come agenzia educativa, in relazione alle opportunità extra didattiche che offre il territorio e su cui la Caritas agisce con diversi progetti». Con il centro specialistico Io APPrendo, rivolto a studenti che presentano disturbi specifici di apprendimento e bisogni educativi speciali, nel 2021, nella diocesi, sono stati accolti 108 bimbi e ragazzi con cui sono stati svolti 136 interventi tra doposcuola specialistico, potenziamento cognitivo, laboratori e aggiornamenti valutativi. «Con il progetto RiBes per bisogni educativi speciali, sono stati organizzati 24 laboratori di creative learning, 29 di supporto extra scolastico e tre affiancamenti, con famiglie che prendono in carico altre famiglie», specifica. Poi c’è l’ambito linguistico. «Nelle scuole italiane, ci sono 800 mila alunni stranieri», illustra «di cui il 65 per cento nati in Italia, che hanno bisogni di apprendimento particolari. Con il progetto Mosaico, a Montesilvano, sono stati accompagnati 37 minori con laboratori di italiano e di assistenza allo studio».

