I residenti: non li vogliamo perché portano il Covid

2 Agosto 2020

Malumore e sfiducia nelle istituzioni sono i sentimenti più diffusi tra i cittadini Nel giorno dell’arrivo degli autobus, piovono critiche anche al sindaco De Collibus

MOSCUFO. È un coro di «non li vogliamo» quello che si leva dalla voce dei cittadini di Moscufo riuniti ieri mattina al bar adiacente alla pompa di benzina di Martina carburanti, a pochi metri dalla struttura di accoglienza in via Cristoforo Colombo che dà alloggio a cinquanta migranti africani. In un misto tra la paura per una possibile ripartenza dei contagi e la scarsa fiducia nella gestione dei controlli da parte della autorità preposte, soprattutto una volta trascorsi i primi giorni in cui l’attenzione delle forze dell’ordine è massima, sono tanti i luoghi comuni e diverse le critiche rivolte all’amministrazione, guidata dal sindaco Claudio De Collibus, che rimbalzano tra un tavolino e l’altro, tra una tazzina di caffè al bancone e un aperitivo di metà giornata.
«Il nostro è un piccolo paese di poco più di tremila abitanti», dice Antonietta D’Angelo, che abita a due passi dalla palazzina che ospita i migranti, «mi chiedo perché devono mandarli tutti qui. Noi non li vogliamo perché c’è ancora tanta paura per il Covid e temiamo che loro possono averlo. Qui abbiamo il problema del lavoro che non si trova nemmeno per noi. Ci sono tante famiglie disagiate che non possono mangiare, figuriamoci se possiamo pensare di offrire a loro il nostro lavoro». «Noi non possiamo sapere se veramente vengono controllati», ribatte Leo Crisante, «sicuramente in questa storia c’è qualcuno che deve guadagnare, non si può spiegare diversamente. Il sindaco dovrebbe pensare prima agli anziani, alle famiglie che non hanno lavoro e poi agli immigrati che non pagano nemmeno le tasse».
Tra le rimostranze sollevate ci sono le incognite sulla sicurezza della zona, nonostante le garanzie dei controlli di polizia e carabinieri h-24, e sulla necessità di tutelare la salute pubblica da un possibile focolaio di coronavirus, al di là della quarantena fiduciaria e dei risultati dei tamponi che saranno resi noti nei prossimi giorni. «Io sono di Loreto e ho un’azienda a Collecorvino», sottolinea Terenzio Buccella, «sono preoccupato perché, se ci dovesse essere un focolaio e un nuovo lockdown, potrei dire addio all’attività e chiudere tutto. Non possiamo rischiare perché ci stiamo riprendendo adesso dopo i mesi terribili di chiusura. Non è una cosa fattibile sistemarli qui, perché sono cinquanta persone senza lavoro che creano problemi sul territorio e disagi a chi abita vicino e ai bambini. La quarantena di 14 giorni non mi rassicura perché non sono controllati a sufficienza e, anzi, dopo i primi giorni, finirà tutto nel dimenticatoio come già è successo in passato».
La pensa così anche Franco, residente nella frazione Congiunti di Collecorvino, ma assiduo frequentatore di Moscufo: «Per fortuna qui a Moscufo gli immigrati sono pochi», dice, «però questo nuovo arrivo non va bene. Un po’ sono preoccupato anche se ho sentito che portano le famiglie con i bambini. Penso che il vero problema non è il Covid, ma il lavoro: già non ce l’abbiamo noi, come facciamo? È un controsenso». (y.g.)
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