I sogni spezzati Quando la vita si colora di grigio
di Lalla D’Ignazio «C. i hanno tolto il diritto di protestare, il diritto alla sana rabbia. E quanto male nelle nostre vite deriva da questo...» Il professor Mario Fulcheri parte da una osservazione...
di Lalla D’Ignazio
«C. i hanno tolto il diritto di protestare, il diritto alla sana rabbia. E quanto male nelle nostre vite deriva da questo...» Il professor Mario Fulcheri parte da una osservazione solo all’apparenza sociale nel prenderci per mano e guidarci nel labirintico mondo della sofferenza che non si vede, e che pure priva l’essere di ogni gioia, quella depressione che per guarire ha bisogno di essere attraversata. Il «diritto» di cui parla lo psichiatra e docente ordinario di Psicologia clinica all’università d’Annunzio di Chieti non ha dunque un deciso tratto “sindacale” o comunque rivendicativo, ma si posiziona tra quelli che l’uomo riconosce a se stesso.
Crisi, povertà incalzante, assenza di opportunità e lavoro, inutilità di sforzi meriti e studi, perdita di senso delle basi stesse su cui faticosamente si sono costruite esistenze, il tutto a fronte dell’utilità invece di mera apparenza, vuota bellezza, chiacchiericcio senza costrutto e appartenenza a cricche: in un mondo così tratteggiabile chi ha valori fondanti di onestà, rigore, senso della collettività può essere molto arrabbiato. Ma che fine fa questa rabbia? Come esprimerla? Anzi è possibile esprimerla in maniera costruttiva – la «protesta» di cui si è accennato – non sembrando solo degli esagitati insopportabili urlatori?
Il discorso è complesso e per arrivare alle teorie e spiegazioni elaborate dagli studiosi dell’animo, Fulcheri in primis con particolare originalità, bisogna fare un viaggio di conoscenza partendo anche dalla piccola storia di ognuno. Forse chi non è proprio giovanissimo ricorda quando nelle famiglie si sussurrava, quasi con vergogna, che quella tale «zia zitella», quella vicina «tanto buona», quel ragazzo «che sgobba sempre sui libri» e simili aveva: «l’esaurimento nervoso». Una patologia che in realtà non esiste come tale, un pentolone in cui finiva di tutto, tutto quello che riguardava l’improvvisa incapacità di una persona come tante, e senza motivo apparente, di andare avanti, di vivere come gli altri la quotidianità.
Poi – complice la diffusione anche su piccolo e grande schermo e rotocalchi e quant’altro, di concetti psicanalitici alla Woody Allen e psicologia a go go – alla spicciola “diagnosi” alla portata di tutti – «è esaurito» – si è sostituita quella altrettanto generica a ben vedere: «è depresso».
«Si è persa la sottigliezza espressiva nella descrizione dei sentimenti», osserva Fulcheri. «con la parola depressione spesso, e per fortuna, si indica quello che nella realtà è dolore per una perdita, malinconia, sana e semplice nostalgia... Oggi si stima che un 40 per cento della popolazione sia “depressa”. Se per la comprensione del fenomeno usiamo il paradigma della complessità ci avviciniamo meglio alle molteplici componenti che lo determinano, sia quelle biologiche, sia quelle psicologiche, sia quelle sociali». Che vanno dunque differenziate e definite.
Il professore sceglie di concentrare l’attenzione sulla rabbia. «Che viene catalogata», spiega, «come rabbia di stato, intesa come situazione emotiva transitoria, legata ad un particolare avvenimento; come rabbia di tratto, che rappresenta una caratteristica stabile della personalità, simile all’ostilità; come “rabbia-in”, che indica la soppressione dei sentimenti di rabbia, tipica e caratteristica di persone che tendono a nascondere a livello sociale sentimenti di disapprovazione ed emozioni negative (tratto di personalità associato al meccanismo della somatizzazione e ad altri disturbi psicopatologici); in “rabbia-out”, che si riferisce alla espressione attraverso l’azione aggressiva diretta verso l’esterno (molto frequente nei profili di personalità borderline e antisociale); e ci sono le rabbie croniche, intese come una serie di situazioni affettive, strettamente collegate con l’aggressività latente che si manifestano con broncio, lamentosità, ingratitudine».
Lasciando da parte la rabbia-out, aggressiva, che diventa lesiva nei confronti degli altri, proviamo dunque a capire dove può finire questa rabbia. «Ci siamo conquistati, diciamo dal dopoguerra in poi, molti diritti, pensiamo ad esempio alle donne o al lavoro», prosegue lo psichiatra, «perdendo quello alla protesta, alla rabbia. Così conviviamo con frustrazioni continue», esemplifica, «e: “la mia voce è inascoltata sul lavoro”, “altri stabiliscono priorità, compensi, gratificazioni”; i sogni sono costruiti da altri, dalla tv per citarne un fabbricatore.
E ancora: “ho diritto allo studio ma poi non a un lavoro che ne sia espressione”, “non ho potere contrattuale”, “la mia esperienza non vale più nulla”. Che rabbia. E tutta questa rabbia si ritorce contro di noi, diventa, o può diventare depressione, ovvero mancanza di piacere nel fare qualsiasi cosa, assenza assoluta di desideri, emozioni e voglia di muoversi». «I dati riportati in letteratura sulla rabbia evidenziano e suggeriscono sia una componente positiva,potenzialmente ricavabile dai vissuti di rabbia, legata alla possibilità di uno sfogo contenuto,seguito da un riconoscimento sociale di tale istanza emotiva, sia una dimensione negativa, legata ad un incistamento, repressione, cronicizzazione e conseguente implosione di tale sentimento (che risulta significativamente associata allo spettro psicopatologico-clinico della depressione)», chiarisce il professore. E aggiunge: «Pessimismo, inquietudine e apatia, cupo fatalismo, perdita della speranza, come elementi di uno stile depressivo che colora di grigio la vita quotidiana, paiono oggi caratterizzare la dimensione di protesta contenuta nel pensiero e nel gesto suicidario, che si nasconde nella depressione». «Una rabbia per troppo lungo tempo repressa, taciuta, non verbalizzata e soprattutto non espressa e riconosciuta a livello sociale ritrova il suo ultimo finalismo psichico», conclude lo psichiatra, «su un piano comunicativo di ricerca di attenzione da parte dell’altro, nel disperato gesto di vendetta e rivalsa racchiuso nel suicidio. Tali sentimenti rabbiosi, infatti, qualora non riuscissero, proprio come dei “pensieri selvaggi alla ricerca di un nido” (Resnik, 2012), a trovare un valido contenimento e riconoscimento a livello intrapsichico ed interpersonale, rischiano di trasformarsi in vere e propri “mine vaganti” dirette ad attaccare sia se stessi, e solo indirettamente gli altri, colorando di grigio il resto dell’esistenza».
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