I villini liberty da tutelare: «Sono la storia della città»

Il presidente Palladini: «Sempre più palazzoni al posto delle costruzioni del ’900» E sollecita la collaborazione tra Comune e Soprintendenza: servono più vincoli
PESCARA. Villini e case di stile ottocentesco, o risalenti agli anni ’20, o ancora di epoca fascista, fino agli anni della ricostruzione, sviluppati in altezza su due, tre piani al massimo, e sostituiti giorno dopo giorno da palazzi dalle linee moderne e contemporanee che arrivano anche a occupare otto piani.
La fisionomia di Pescara negli anni si sta modificando e questo agli occhi di Italia Nostra rappresenta un fenomeno «dannoso per la conservazione del paesaggio architettonico e urbanistico che da sempre ha rappresentato l’identità di Pescara. La questione è estesa», afferma l’architetto Massimo Palladini, presidente della sezione Pescara di Italia Nostra «perché la città è prevalentemente del ‘900. Il nostro paesaggio visibile è fatto dalla cosiddetta “città giardino”, cioè una città di mare, impostata su villini e palazzine di piccola dimensione. Poi tra gli anni ’60 – ’70 c’è stata la trasformazione in cui sono arrivate le costruzioni intensive e i palazzi grandi, ma comunque lo stile novecentesco è quello che caratterizza ancora oggi il nostro paesaggio urbano».
Dietro il fenomeno non ci sono costruzioni abusive, perché tutto è a norma di legge, ma è proprio questo il reale problema per l’architetto. «Ci sono stati e ci sono tuttora una serie di incentivi statali, regionali e norme comunali modificate, che determinano la convenienza a sostituire invece di restaurare, e quindi ad accrescere le cubature».
Negli anni lungo la riviera sud, i villini storici hanno fatto posto a palazzi di grandi dimensioni. Lo stesso accade in pieno centro, dove ogni giorno spuntano cartelli di cantieri in costruzione con aumenti di cubature. «Questa situazione è molto diffusa», continua Palladini «su tutta la riviera nord, dove c’è il maggior numero di villini. Sono tutte testimonianze storiche della città liberty, del ventennio e poi della ricostruzione. Queste età sono identificate da tante costruzioni che raccontano l’evoluzione storica di Pescara e che stanno cadendo giù come birilli». Gli esempi del referente di Italia Nostra proseguono anche lungo viale Gabriele d’Annunzio, viale Primo Vere, via Genova, via Alfonso da Vestea, la pineta, viale dei Pini.
«In via Caboto, la casetta che ospitava la trattoria del Morettino oggi non c’è più ed è stata sostituita da un palazzone. Pensiamo al rischio che c’è nella zona della chiesa di Sant’Antonio dove ci sono tutte le ex case dei ferrovieri che portano dal lungomare alla strada Parco, o ancora nelle traverse di Castellamare Adriatico», snocciola Palladini. L’invito che arriva dalla sezione pescarese dell’associazione è quello di creare un tavolo tecnico tra Comune e Sovrintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio, affinché si faccia prima una classificazione del patrimonio architettonico e urbanistico, per poi «calibrare un coordinamento tra vincolo e norma. Le costruzioni di fatto sono autorizzate dalle norme. Tutta questa ondata di leggi per incentivare lo sviluppo delle città ha rotto il vaso di pandora. Andrebbero valutati gli effetti di queste norme. La Sovrintendenza non può vincolare ogni mattone antico, ma si possono inserire dei vincoli indiretti che tengano conto del contesto, come ci insegna la sentenza del Tar di Pescara che ha respinto un ricorso di privati che avevano chiesto l’annullamento del vincolo di tutela sul rione Pineta, proprio per proteggere non solo il valore del singolo, ma la fisionomia di contesto».

