Il business dei disperati finanzia le armi dell’Is

13 Maggio 2016

L’esperto: uomini del Califfato presenti anche in luoghi di confine, trafficanti obbligati a pagare il pizzo. Frontex: nel 2015 ai criminali 4 miliardi di euro

BELGRADO. "Quinte colonne" islamiste di stanza in Europa, che sfruttano il traffico di disperati - migranti e profughi - per alimentare le proprie attività criminali. Potrebbe essere questa una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti nel caso degli afghani e del pakistano coinvolti nell'inchiesta della Dda di Bari e sospettati di terrorismo internazionale e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Immigrazione i cui proventi potrebbero giustificare le disponibilità economiche del gruppo.

Un collegamento azzardato? Forse no: approfittare della crisi migratoria per accumulare fondi è una delle strategie dello Stato islamico e dei suoi simpatizzanti. Sul piatto, una posta ricchissima. Secondo Frontex, l'agenzia che si occupa del rafforzamento della sicurezza sul limes dell'Ue, nel solo 2015 quattro miliardi di euro sarebbero entrati nelle casse di gruppi criminali grazie al traffico di migranti dal Medio Oriente e dal Nord Africa verso Italia e Grecia. Soldi utilizzati poi «per finanziare attività illecite, traffico di droga e di armi».

E, benché Frontex non lo nomini esplicitamente, anche l'Is-Daesh è coinvolto nel business. A confermare il quadro è Christian Nellemann, direttore del Norwegian Center for Global Analysis, uno fra i maggiori esperti europei di sicurezza e terrorismo in Europa. Lo Stato islamico incassa denaro attraverso il contrabbando illegale di opere d'arte e petrolio, un business però ridimensionato dai raid americani e russi e dalle pressioni internazionali sulla Turchia, spiega l'esperto al telefono. Ma «anche il traffico di migranti» rappresenta una fonte di guadagno, «non tanto all'interno della Siria, quanto in Libia», aggiunge poi. Come fa a fare cassa Daesh a spese di chi migra? «Obbligando i trafficanti a pagare il pizzo», ovvero tassando i criminali che trasportano i profughi, in particolare in Libia, illustra l'esperto. Lo stesso accade, da tempo, anche ai profughi che tentano invece dal Medio Oriente di arrivare in Europa attraverso la Turchia. Uomini dell'Is «sono presenti anche in posti di confine» turchi e «sappiamo che hanno lavorato con diversi tipi di trafficanti». «Essenzialmente - specifica Nellemann - siamo al corrente del fatto che l'Is ha estesi contatti con reti di trafficanti in Turchia; quello che non sappiamo è quanti soldi abbiano fatto» in quel Paese, ma non si ritiene che si tratti di «somme molto forti», al contrario di quanto accadrebbe in Libia. In quest’ultimo paese al contrario si può parlare di «milioni di dollari» incassati da Is e affiliati, aveva stabilito già l'anno scorso la rivista Time; milioni calcolati in 255-323 per anno dal network di ricerca anti-crimine Global Initiative Against Transnational Organized Crime.

Una strategia, quella di lucrare sui migranti, che tuttavia non è prerogativa del solo Stato islamico - tiene a precisare Nellemann - ma anche di altri «gruppi militanti» e di formazioni paramilitari che operano in Siria e in Libia. Daesh si finanzia con «estorsioni» e con il «fiorente business dei migranti», soprattutto in Libia, percorso alternativo dopo la chiusura della Balkan Route, ha confermato di recente un rapporto dell'EastWest Institute, autorevole think tank con sede a Washington, mentre l'Emirates Diplomatic Academy ha posto di recente l'accento su un altro rischio: quello del reclutamento. Con lo Stato islamico coinvolto nella "gestione" dei flussi migratori, il traffico di profughi «potrebbe rappresentare un'opportunità per arruolare» nuovi adepti, magari da spedire in Europa, una paura sottintesa anche nell'Annual report 2016 di Frontex. Adepti da arruolare usando l'arma dell'ideologia o della religione. O quella assai più persuasiva del “salario” sicuro offerto dagli islamisti.

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