Il capitano Ultimo: «Ecco come ho catturato Riina»

Ci abbiamo lavorato per circa 6 mesi, seguivamo una famiglia che lo proteggeva La sua prima reazione? Era terrorizzato, non credeva che fossimo dei militari
OFENA. Sei mesi di pedinamenti a Palermo, sulle tracce del boss di Cosa Nostra. Il 15 gennaio del 1993 l'arresto nel corso dell'operazione Belva condotta dal Ros dell'Arma dei carabinieri: a far scattare le manette ai polsi di Salvatore Riina, detto Totò u' curtu o la Belva per via della sua ferocia, latitante dal luglio 1969, è il Capitano Ultimo. All'anagrafe Sergio De Caprio, nato a Montevarchi, in provincia di Arezzo, nel 1961: un uomo dalle tante vite, eroe nazionale e persino imputato, poi prosciolto insieme a Mario Mori dall'accusa di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra. L'indagine era stata avviata dalla procura di Palermo per accertare gli eventi che avevano portato alla ritardata perquisizione dell'abitazione di Riina, in via Bernini, a Palermo. Oggi, il Capitano De Caprio ha scelto di percorrere la strada della politica, candidandosi alle elezioni europee nella lista "Fonte della libertà" di Cateno De Luca, «per continuare a lottare contro le mafie». A Ofena per un incontro pubblico con il candidato abruzzese, Dino Rossi, ci racconta un po' di sé. Delle sue imprese, della mafia dei pascoli, che ha toccato anche la terra abruzzese, e della cattura di Riina. Un giorno che gli ha cambiato la vita.
Capitano Ultimo, cosa accadde quel 15 gennaio di 31 anni fa?
«Abbiamo lavorato circa sei mesi alla cattura di Riina tra preparazione e azione: eravamo a Roma, siamo scesi a Palermo per seguire la famiglia Ganci perché il pentito Marino Mannoia, in uno dei suoi verbali, aveva detto che questa famiglia mafiosa, che operava nel quartiere Noce, era molto a cuore a Riina. Un giorno mettemmo in atto un pedinamento importante su Domenico Ganci: era teso, si guardava continuamente le spalle in maniera esasperata come se avesse un appuntamento importante. Lo abbiamo seguito per un po' e perso all'altezza di via Bernini. Qualche giorno dopo in Procura, a Palermo, si presentò il collaboratore Balduccio Di Maggio, dicendo che Riina lo proteggevano, alternandosi, la famiglia Ganci e i fratelli Sansone della famiglia Uditore di Palermo».
Come siete arrivati a scovare il boss Riina?
«Dai successivi accertamenti abbiamo scoperto che in via Bernini 54 c'era un'utenza telefonica intestata ai fratelli Sansone. Dopo un giorno di osservazione abbiamo visionato i filmati e Di Maggio ha riconosciuto i figli e la moglie di Riina, Ninetta Bagarella, che uscivano da quel portone. La mattina seguente, verso le 9, vediamo entrare nel residence di via Bernini Salvatore Biondino, il capo del mandamento di San Lorenzo, uno degli autori della strage del capitano Mario D'Aleo, dell'appuntato Giuseppe Bommarito e del carabiniere Pietro Morici. Pochi minuti e l'auto esce dal cancello: è in quel momento che Balduccio Di Maggio riconosce Riina sul lato passeggero. Abbiamo iniziato a pedinarli e in zona regione Siciliana, all'altezza del motel Agip, siamo scesi dall'auto: io e Vichingo abbiamo preso Riina, Omar e Arciere si sono occupati di Biondino e Freccia. Pochi istanti e abbiamo fatto scattare le manette ai polsi del capo di Cosa Nostra».
L'emozione più forte, in quei momenti?
«L'adrenalina sale più nel seguire i boss mafiosi, senza essere riconosciuti: ti fa sentire forte, potente nei confronti della malavita. Nel momento dell'arresto è l'azione militare ad avere la meglio, l'attenzione nel portare l'operazione a termine senza feriti, né tra i tuoi uomini, né tra i mafiosi. Non provi emozioni».
Quali sono state le prime parole di Riina dopo l'arresto?
«Era spaventato, tremava. Ci ha detto: “Chi siete, cosa volete?”. Una reazione inaspettata per un personaggio così, era terrorizzato e aveva paura di morire. Non credeva fossimo militari e questo lo ha spiazzato».
Lei per lunghi anni ha coperto sempre il suo volto in pubblico: lo ha fatto per proteggere se stesso o per proseguire nel suo operato di lotta alla mafia?
«Non ci siamo mai fatti vedere in pubblico perché era l'unico modo per non farci riconoscere ed eseguire i pedinamenti. Nei luoghi pubblici facevamo in modo di non essere riconosciuti: è la prassi che si usava nel reparto del generale Dalla Chiesa e che adesso alcuni utilizzano nei Ros».
Perché mantenere il totale anonimato?
«Mesi e, addirittura, anni dopo l'arresto di Riina cinque collaboratori di giustizia hanno spiegato alla procura di Palermo che Leoluca Bagarella aveva offerto un miliardo di lire a un carabiniere infedele per avere notizie del Capitano Ultimo. Bernardo Provenzano aveva dichiarato, alla presenza dei capi mandamento di Cosa nostra, la volontà di uccidermi. In altre circostanze un collaboratore riferì di aver appreso da Giovannello Greco che aveva incontrato Provenzano e che lui aveva un chiodo fisso: uccidere il Capitano Ultimo. Gli disse che mi stava organizzando una trappola attraverso un mio conoscente con cui facevo sport – mai individuato – per invitarmi a cena fuori dalla Sicilia e uccidermi. Era necessario proteggermi e aumentare la mia sicurezza e della mia famiglia. Nonostante questo per dieci anni dopo l'arresto di Riina ho continuato a lavorare in Sicilia e cercare i mafiosi. Pensi che quando è stato arrestato Provenzano, nel 2006, sul comodino aveva il mio libro sulle tecniche di lotta anticrimine. Volevano farmi fuori a tutti i costi».
Ha mai avuto paura?
«Con la paura ci sono cresciuto, ci ho fatto amicizia, è stata anche una buona consigliera che non mi ha fatto fare scelte sconsiderate. Ma è sconfitta dai valori per cui ho sempre lottato, dalle azioni in difesa della povera gente, quella che soffre, dei più deboli. Ho sentito sempre forte il dovere di difendere l'amore delle persone abbandonate, dei figli, della società. Per questo ho scelto l'Arma».
Nel 2017, lei ha rinunciato all'onorificenza di Cavaliere della Repubblica. Perché?
«Non mi appartiene, avrei provato vergogna ad andare in giro con il titolo di Cavaliere della Repubblica, quando la gente soffre, muore di fame. C'è poco da premiare, bisogna rimboccarsi le maniche».
Che idea si è fatto della mafia dei pascoli?
«Il problema è sotto gli occhi di tutti. Grazie ai collaboratori di giustizia sappiamo quasi tutto dei mafiosi, di Cosa Nostra, della 'Ndrangheta. Non sono più associazioni segrete: se si seguono i mafiosi e le loro famiglie – perché i clan si alimentano per linea di parentela – si scopre cosa fanno e chi incontrano. Spero che su questo fatto aprano gli occhi anche i cittadini e chiedano spiegazioni alle autorità, che hanno il dovere di garantire la sicurezza. La battaglia contro le mafie, il 41 bis e l'ergastolo ostativo, sono state adottate dopo la morte del giudice Giovanni Falcone. Completiamo queste misure impedendo l'accesso di Cosa nostra nella politica, togliendo i diritti politici e di voto alle famiglie dei mafiosi che non collaborano, neghiamo loro il diritto al lavoro altrimenti la mafia continuerà ad avvicinarsi alla politica. Sciogliamo i consigli comunali infiltrati dalla Cosche perché non sciogliamo le cosche».
Per questo ha scelto di candidarsi?
«Per portare in politica la lotta alle mafie e vincere. Ed è per questo che sono sceso in campo per un'Europa diversa, dei grandi Stati, che devono essere capaci di prevenire le guerre. Un'Europa fatta dai Comuni uniti, dai sindaci, dagli operatori economici e sociali dei territori, con una progettazione che parta dal basso insieme alle università. Rimettiamo la scuola al centro della nostra rinascita e iniziamo a parlare del diritto all'autodeterminazione dei territori».
La mafia sarà mai sconfitta definitivamente?
«Se adottiamo questi provvedimenti sì, perché togliamo la capacità di intimorire la società civile, spezzando il loro vincolo associativo. La annienteremo con la forza della coesione».
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