Il carabiniere ucciso nel ’75 Dopo 49 anni, a processo gli ex capi delle Brigate rosse

31 Ottobre 2024

Per l’omicidio del pennese D’Alfonso a giudizio Curcio, Moretti e Azzolini Il figlio Bruno che ha fatto riaprire il caso: «È un primo passo verso la verità»

PENNE. A quasi 50 anni dallo scontro a fuoco tra forze dell’ordine e brigatisti rossi, in cui l’appuntato di Penne Giovanni D’Alfonso rimase gravemente ferito per poi morire dopo qualche giorno, si apre un nuovo processo per far luce sulla morte del carabiniere. La giudice dell'udienza preliminare di Torino, Ombretta Vanini, ieri ha rinviato a giudizio gli ex capi storici delle Brigate Rosse, Mario Moretti e Renato Curcio, e l'allora militante Lauro Azzolini, per l’omicidio di D’Alfonso. È stata invece pronunciata la sentenza di non doversi procedere per prescrizione nei confronti del quarto indagato, Pierluigi Zuffada. Il processo inizierà il 25 febbraio davanti alla Corte d'Assise di Alessandria. I fatti risalgono al 5 giugno del 1975 quando, a Cascina Spiotta (Alessandria), l’appuntato dell’Arma rimase gravemente ferito nell’ambito del rapimento dell’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia da parte delle Brigate Rosse. Nel conflitto a fuoco perse la vita Mara Cagol, moglie di Curcio, mentre il carabiniere di 45 anni morì qualche giorno dopo.
Secondo i pm Ciro Santoriello ed Emilio Gatti, che hanno coordinato le indagini del Ros, a sparare sarebbe stato Azzolini che poi sarebbe fuggito dalla Cascina Spiotta, mentre Curcio e Moretti sarebbero concorrenti nell’omicidio in qualità di capi delle Br, perché tra le conseguenze delle loro azioni avevano messo in conto anche la possibilità di uccidere. A chiedere la riapertura delle indagini era stato Bruno D'Alfonso, uno dei figli della vittima, che il 17 novembre 2021 aveva presentato un’istanza in tal senso, assistito dal legale Sergio Favretto, fornendo nuovi spunti investigativi. Contestualmente, insieme ai giornalisti Simona Folegnani e Berardo Lupacchini, D’Alfonso aveva anche scritto un libro in cui venivano riportate le tesi dell’istanza, con l’obiettivo di dare un maggiore impulso alla ricerca della verità. Le indagini erano state quindi riaperte, per concludersi il primo marzo di quest’anno. Il 26 settembre è stata la volta dell’udienza preliminare a Torino, proseguita il 16 ottobre. Ieri la pronuncia del giudice che ha disposto il rinvio a giudizio per i tre ex brigatisti.
A pesare su Azzolini, accusato di essere stato l’esecutore materiale dell’omicidio, ci sarebbero 11 impronte su un memoriale fatto ritrovare e analizzare dal Ris proprio da Bruno D’Alfonso, così come le risultanze di successive intercettazioni telefoniche.
L’avvio del processo apre, dunque, una nuova pagina nel percorso avviato dalla famiglia dell’appuntato D’Alfonso che chiede verità e giustizia per il proprio familiare.
«Io, così come le mie sorelle e la mia famiglia, sono contento dell’esito della Procura della Repubblica di Torino», commenta il figlio Bruno, che all’epoca dei fatti aveva 10 anni. «È un primo passo, un primo fatto concreto verso il raggiungimento di questa verità tanto agognata. Sono trascorsi quasi 50 anni e finora non ero riuscito a sapere chi fosse stato a uccidere mio padre. In questo caso c’è un’incriminazione ben precisa e il processo avrà inizio. Non nutro sentimenti di vendetta, ma penso che questo processo sia un riconoscimento alla dignità e alla memoria di mio padre, per il sacrificio che ha fatto. Credo poi che la giustizia debba sempre emergere, per il bene non solo di noi familiari, ma di tutta la società».
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