Il climatologo: salviamo il pianeta puntando sull’economia verde

Per Filippo Giorgi, esperto di fama mondiale, la spinta deve venire dal basso, soprattutto dai giovani I valori di inquinamento ed emissioni, dopo il crollo dovuto al lockdown, sono tornati a crescere
SULMONA. Dovremo imparare a conviverci: e speriamo arrivi presto il giorno in cui il Covid non ci farà paura. Stessa cosa, purtroppo, non si può dire del riscaldamento della Terra. Cosa ci aspetta se non si interverrà subito, lo spiega il professor Filippo Giorgi, climatologo di fama mondiale.
Professor Giorgi, che impatto ha su ambiente e clima questa pandemia da coronavirus?
«Durante il lockdown sono crollati i valori dell'inquinamento e le emissioni di gas serra che causano il riscaldamento globale. Effetti temporanei: già si sta tornando ai livelli pre-crisi».
Cosa ci sta insegnando il Covid-19?
«Che la nostra società ha perso sintonia con l'ambiente. Abbiamo anche visto che più è immediata l'azione in risposta a una crisi, più è efficace. Per fronteggiare crisi globali come Covid, cambiamenti climatici e inquinamento serve la risposta comune dei paesi del mondo. Ed è fondamentale l'impegno non solo a livello di governi, ma anche a livello personale».
Il rilancio dell'economia potrà rallentare la tendenza alla decarbonizzazione?
«È auspicabile che questo non succeda. Anzi, la ripartenza economica post-Covid potrebbe essere un elemento di forte spinta a intensificare la transizione che ormai sta inevitabilmente avvenendo verso la cosiddetta "Green economy", l’economia “verde”.
Da che cosa dipende il riscaldamento del pianeta e quali sono i suoi effetti?
«La superficie del pianeta si è riscaldata di più di un grado a livello globale dall'inizio del XX° secolo. Riscaldamento dovuto all'uso di combustibili fossili - petrolio, carbone, gas naturale - che producono anidride carbonica, e agli allevamenti intensivi, che emettono metano. Questi gas generano il cosiddetto effetto serra che poi causa il riscaldamento globale. Tra gli effetti: aumento di eventi meteo-climatici "catastrofici", sia a carattere alluvionale che siccitoso; fusione dei ghiacciai, con conseguente riduzione della disponibilità di acqua; aumento del livello del mare con conseguenze devastanti sulle zone costiere; riduzione della produttività agricola e aumento degli incendi».
Quale scenario si potrebbe configurare se la temperatura globale salisse ancora?
«Se si va avanti così, entro la fine del secolo la temperatura del pianeta aumenterà di altri 4-5 gradi. Questo significherebbe un vero sconvolgimento del clima. Cambierebbero le direzioni delle perturbazioni e le circolazioni oceaniche; aree oggi fertili potrebbero diventare aride e viceversa il livello del mare potrebbe salire di diversi metri, cosa che letteralmente cambierebbe la conformazione delle coste».
Quali le aree più esposte?
«Oltre all'Artico per lo scioglimento dei ghiacci, l'area del Mediterraneo che si riscalda a un ritmo quasi doppio rispetto alla media globale. I nostri modelli dicono che il clima dell'Italia centro-meridionale, a fine secolo, potrebbe essere simile a quello semi-desertico dell’attuale Nord-Africa. Molte "zone calde" si trovano in aree tropicali che sono anche relativamente povere: ciò favorirebbe le migrazioni di massa. In Amazzonia, poi, la riduzione delle precipitazioni e la deforestazione avrebbero effetti devastanti sulla biodiversità e sulla salute del pianeta».
A che punto è il negoziato internazionale sul clima?
«Purtroppo in una fase di stallo, dopo l'ottimismo generato dall'accordo di Parigi del 2015, con l’impegno a evitare che le temperature globali aumentassero di più di due gradi rispetto ai valori pre-industriali, meno di un grado dunque rispetto a quelli attuali. Infatti, alcuni governi importanti sono usciti dall'accordo. In generale io sono molto scettico sull'efficacia del negoziato internazionale, condizionato dalle forti pressioni da parte di diversi settori socio-economici. Ritengo quindi che sia fondamentale la spinta verso la green economy dal basso, da parte della società civile e specialmente dei giovani».
Che ne pensa di Greta Thunberg e del movimento studentesco “Fridays for future”?
«Ho grande fiducia in questo movimento, che è riuscito ad attrarre l'attenzione mondiale sul tema dei cambiamenti climatici, ma anche ad aumentare la sensibilità delle nuove generazioni. Penso che la scuola dovrebbe farsi carico dei temi ambientali, perché è lì che si formano le prossime generazioni».
Qual è il suo rapporto con l'Abruzzo?
«Purtroppo non ho occasione di tornare spesso, ma penso che sia una delle regioni più belle d'Italia. È difficile dire dove ci porta la vita, ma io e mia moglie siamo abruzzesi, quindi i nostri legami con l'Abruzzo sono molto forti».
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