«Il disagio giovanile aggravato dal virus e dalle restrizioni»

Mancini: «Incremento di situazioni nel penale e nel civile Per la riforma servono più magistrati e amministrativi»
L’AQUILA. Gli uffici giudiziari per i minorenni sono il luogo dove lo spazio e il tempo della giustizia giocano un ruolo nella possibilità di coltivare la speranza, il riscatto e la prevenzione. Oggi con quali strumenti? Ne abbiamo parlato con David Mancini, procuratore per i minorenni dell’Aquila.
In che modo la pandemia ha aggravato il disagio minorile? Con quali riflessi penali?
«Certamente la pandemia che è tuttora in corso ha determinato delle situazioni veramente devastanti nelle dinamiche familiari e soprattutto nei minori. Il lockdown li ha privati della socializzazione, dei normali contatti. Ha esacerbato situazioni già particolarmente difficili. Ai minori la pandemia ha tolto tantissimo: andare a scuola, fare sport, vedere i propri amici. Ha accentuato le disuguaglianze tra chi ha mezzi materiali, umani e culturali utili a poter svolgere quel surrogato di scuola che è la Dad e chi questi mezzi non li ha. Naturalmente, a questo affianchiamo anche delle considerazioni sull’utilizzo all’estremo e incontrollato degli strumenti social attivi su internet, che sono stati usati per colmare le difficoltà di contatti e di relazioni. Ma su internet viaggia di tutto: così i minori sono quelli più vulnerabili con riferimento all’uso disfunzionale del web, ad esempio in tema di cyberbullismo, pedopornografia, truffe online e tanto altro. Ciò avviene spesso in assenza di una efficace educazione all’uso responsabile di questi strumenti. Oggi su questo tema la società degli adulti è chiamata al confronto, ad assunzioni di responsabilità forti e a ragionare subito su quanto si può fare per attutire l’onda lunga del disagio minorile. Onda lunga di cui già adesso percepiamo gli effetti».
Nella disciplina del nuovo processo minorile il principio costituzionale di rieducare si fonde con i pronunciamenti continui della Corte Europea sulla giustizia riparativa. Nella realtà di tutti i giorni questo principio come trova applicazione ?
«Partiamo da un presupposto: l’unica vera giustizia riparativa esistente in Italia - per ora - è quella sui minori, l’altra è in divenire. Nella giustizia minorile è realtà sin dall’entrata in vigore del processo minorile. Attraverso le strutture della giustizia minorile sono previste procedure che agevolano il contatto tra la vittima del reato e l’autore (naturalmente se la vittima lo vuole). L’aspetto della riparazione prevale su quello della sanzione. Riparazione che è diretta verso la vittima ma non solo: è diretta anche alla restituzione di un qualcosa alla comunità. Tutto trova applicazione con l’azione costante dei servizi della giustizia minorile. I servizi sono professionalmente adeguati (sono quelli dell’Ussm, l’ufficio che dipende dal ministero). Purtroppo, ci sono spesso problematiche legate al personale e alla carenza di organici. Non bisogna mai dimenticare che gli uffici giudiziari per i minorenni sono il luogo dove il passo della giustizia è calibrato su persone offese, testimoni, indagati, imputati per lo più ancora fanciulli, adolescenti: persone non ancora adulte, non compiutamente delineate».
Con la pandemia, a livello regionale, sono aumentate le segnalazioni di reati? In che misura?
«La pandemia e in particolare i vari lockdown hanno silenziato i disagi, ma al contempo li hanno acuiti. E dunque, in ambito regionale, si registra un incremento di situazioni di disagio minorile, in campo penale e civile. Questa forma di sofferenza non può essere trascurata, perché poi esplode e dunque deve essere veicolata e indirizzata verso canali di ascolto e promozione dei valori positivi. Il compito è arduo e può essere promosso solo tramite azioni di rete e di sistema. La risposta non può essere mai esclusivamente giudiziaria. Ciò non significa – come è ovvio – che laddove deve intervenire la repressione ciò non avvenga prontamente. Ma, soprattutto in campo minorile, la repressione fine a se stessa è una sconfitta per la società».
Uno dei procedimenti introdotti nel 1988 è l’istituto della sospensione del processo con la messa alla prova. In Abruzzo che risultati ha dato?
«In termini effettivi l’istituto di messa alla prova è un cardine della giustizia minorile. È uno strumento riparativo e anche di recupero del minore, in chiave promozionale e preventiva. I risultati sono ottimi. Quando le condizioni ci sono (presa di coscienza, assunzione dei responsabilità, volontà di cambiamento) si fa un progetto per la messa alla prova sotto la supervisione del tribunale per i minorenni che può prevedere la restituzione, attività di volontariato e di impegno sociale, psicoterapia, la mediazione penale. Le risposte sono spesso positive. Naturalmente, tutto è migliorabile. A cominciare dalla partecipazione degli enti pubblici e privati esistenti sui territori, dalle progettualità locali, dalle disponibilità di organici e di strutture che consentano lo svolgimento di questi percorsi in modo più agevole e mirato».
Pensa che gli strumenti in vigore consentano di garantire un diritto penale specifico per il minore o persistono ancora, nel nostro ordinamento, vuoti di garanzia per la giustizia minorile ?
«Non direi che ci siano vuoti di garanzia. Il processo minorile italiano è un fiore all’occhiello per la giustizia europea. Certamente sarebbe necessaria un’attenzione maggiore in termini di supporto per il processo minorile e per le strutture che orbitano attorno ad esso. Intanto il processo minorile è l’unico ancora escluso dalla digitalizzazione del processo penale e dalla costituzione dell’Ufficio del processo. Poi, faccio un altro esempio: capita talvolta che i minori commettano reati anche gravi a causa di una situazione patologica. In situazioni simili adottare misure cautelari può essere necessario per preservare la comunità, ma può risultare abbastanza inadeguato rispetto alla causa; in queste occasioni riscontriamo un’estrema difficoltà a trovare comunità terapeutiche in grado di prendere in carico il minore per scarsità di posti disponibili. Altro tema di straordinaria importanza è quello dei minori stranieri non accompagnati, ormai in numero sempre più elevato in rapporto alle attuali disponibilità di accoglienza. Sistemare i minori, con varie caratteristiche, in strutture inadatte può far confondere l’approccio educativo-assistenziale con un inutile e dannoso parcheggio.
Parliamo della riforma ormai imminente degli uffici giudiziari minorili con l’istituzione di Procura e Tribunale per la famiglia, le persone e i minori. Che cosa accadrà?
«La riforma parte da un presupposto positivo che è quello di unificare le funzioni in materia di minori tra tribunale per i minori e tribunale ordinario. Sarà un ufficio assolutamente nuovo, ma di notevoli dimensioni. Occorre serietà e credo proprio che tutto questo non possa avvenire a costo zero, come invece sembra che il legislatore intenda fare. Bisogna che ci sia un aumento di organici dei magistrati e di tutto il personale amministrativo e di polizia giudiziaria. Diversamente, si risolverebbe in una riforma solo di facciata e più che una riforma per i minori si rivelerebbe essere una riforma per gli adulti che si contendono i minori. Ma non bisogna dimenticare che gli uffici giudiziari per i minori hanno un’identità specifica, plasmata nell’incontro continuo e laborioso tra operatori sensibili e accorti, fatta da storie difficili, da prassi virtuose maturate nel corso degli anni grazie alla specializzazione degli addetti ai lavori. Fino ad oggi sono stati un fronte avanzato per governare il disagio di fasce sociali deboli».
Concretamente come cambierà?
«Con la riforma, si crea un nuovo giudice minorile monocratico e togato, competente per molte questioni civili, organico al nuovo tribunale per le persone, la famiglia e i minori. Questo importante contenzioso, ora di competenza del tribunale ordinario, salve le competenze che restano collegiali passerebbe al nuovo tribunale in composizione monocratica, e quindi senza più l’apporto preziosissimo dei giudici onorari. Delicate decisioni riguardanti i minori non potranno più essere adottate da un tribunale composto da quattro giudici (due togati e due onorari) ma saranno devoluti alla competenza di un nuovo giudice monocratico togato, che non potrà più contare sul contributo dei giudici onorari che – voglio ricordare – sono esperti in psicologia, neuropsichiatria, criminologia. Ora essi affiancano i giudici togati con un’opera fondamentale di contributo culturale: oltre che nell’ascolto dei minorenni, essi hanno dato un apporto nella comprensione del disagio familiare, dei meccanismi psicoantropologici che spingono al crimine, come anche nella supervisione dei progetti riparativi, rieducativi e di supporto dei minori».
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