Il gioielliere: «Rimango aperto ma solo per regalare le batterie»

PESCARA. Vendeva ori e preziosi fino ad un anno fa. Oggi, Fernando D’Antonio, titolare della gioielleria Tiffany di Torre de’ Passeri, messo in ginocchio dal Covid dopo 36 anni di fiorente attività,...
PESCARA. Vendeva ori e preziosi fino ad un anno fa. Oggi, Fernando D’Antonio, titolare della gioielleria Tiffany di Torre de’ Passeri, messo in ginocchio dal Covid dopo 36 anni di fiorente attività, ai suoi clienti, può solo regalare batterie per orologi oppure per ricaricare le macchinette dei diabetici. Le regala perché non le può vendere. Il suo negozio è chiuso da febbraio dello scorso anno. E mai più riaperto a causa delle restrizioni conseguenti all’emergenza sanitaria, ancora in atto. Ogni giorno, D’Antonio, vice presidente di Confcommercio, va al negozio di via Garibaldi e ci si chiude dentro. «Ho messo le tendine alle porte», racconta amareggiato, «e un cartello con su scritto: aperto per cambio batterie». Una umiliazione che brucia come il sale su una ferita per l’imprenditore che ha venduto gioielli a generazioni di giovani sposi del circondario. A Roma sarà in prima fila, in piazza. «Ci sarò perché voglio spiegare a chi ci ha ridotti in questo stato», s’infervora il commerciante torrese, «che le gioiellerie sono posti altamente sicuri perché da sempre, e non solo con il Covid, noi possiamo far entrare non più di due persone per motivi di sicurezza. Abbiamo la doppia porta con vetri antiproiettili e ogni mese sanifichiamo tutto il locale. Invece ci tengono chiusi perché non rientriamo nelle categorie di prima necessità. Non posso vendere neppure a domicilio perché non potrei fare gli scontrini in caso di utilizzo del Pos. E ho una collaboratrice in cassa integrazione che non prende i soldi da giugno dell’anno scorso. Siamo invisibili, ci hanno messo alla fame e gli aiuti non arrivano. Che ci faccio con 2mila euro di ristori con il negozio chiuso da un anno?».
«Sto impazzendo senza lavoro e senza stipendio da mesi con due figlie di 7 e 9 anni. Ci stanno spegnendo di una morte lenta, logorante» si dispera l’imprenditrice Sara D’Alessandro, titolare delle palestre Audacia a Pescara e Chieti. Dopo il primo lockdown è riuscita a riaprire il 28 maggio fino al 22 ottobre «quando ci hanno fatto richiudere tutto dopo aver operato poco e male in un periodo di bassa stagione, normalmente lavoriamo tra settembre e ottobre, gennaio e febbraio e in primavera. Dei miei 1000 iscritti, ne sono tornati solo 150. Chi viene ad allenarsi in palestra all’ora di pranzo se non può fare la doccia per tornare al lavoro? Alcuni ci hanno chiesto i rimborsi che ho trasformato in voucher» per non perdere gli incassi. D’Alessandro rivela di aver «speso 10mila euro per i sanificatori, il termometro, la segnaletica, i plexiglass, abbiamo distanziato i macchinari sportivi: tutta questa fatica per tenere le palestre chiuse». È uno sfogo amaro quello dell’imprenditrice che si confessa: «Vado avanti con i risparmi di una vita, ma non sono illimitati e le spese corrono. I ristori non arrivano. Mi fanno arrabbiare le incongruenze: la mattina mi sveglio e so che non potrò andare a lavorare con due bambini piccole da crescere. Poi, però esco di casa e il mondo va avanti: lavorano le parrucchiere e le estetiste che sono a stretto contatto con i clienti. Perché le palestre non sono sicure?». (c.co.)

