Il grido d’allarme dal centro della città: «Ci fanno chiudere»

La battaglia del titolare di “Luppoli e Grappoli” di via Battisti «Per noi solo multe e divieti, hanno deciso di farci sparire»
PESCARA. «Pagateci per stare chiusi oppure fateci lavorare come i supermercati, gli estetisti e i parrucchieri. Anzi, nei nostri locali ci sarebbe meno folla e potremmo controllare il distanziamento. Abbiamo investito tutto sulla sicurezza col risultato che apriamo e chiudiamo a giorni alterni. Oltre al danno economico aggravato dalle multe, oltre a non poter programmare nuove strategie di mercato e non poter fare assunzioni di personale, ci stanno precludendo il vivere sociale».
E' il messaggio, forte e chiaro, alle istituzioni governative di Alessandro D'Amico, 60 anni, pescarese, titolare, insieme alla moglie algerina Hania Sayoud, della birreria artigianale "Luppoli e Grappoli" di via Battisti, che in questo periodo di fascia arancione tiene le serrande abbassate dopo una serie di aperture e chiusure, da maggio a oggi.
«Abbiamo sempre lavorato dalle 18,30 a tarda sera», spiega l'imprenditore, tra i «disobbedienti» dell'iniziativa "Io apro", che un anno e mezzo fa ha rilevato l'attività ben avviata dieci anni fa dal biologo Marco Leardi, «adesso, secondo le regole vigenti, dovremmo lavorare il giorno e chiudere proprio all'ora in cui solitamente apriamo, le 18,30. Ma non è possibile reggersi con il solo asporto, sono troppe le spese. Per non parlare delle multe: due nel giro di dieci giorni, una 600 e una da 200 euro, solo per aver poggiato i tavolini fuori la porta mentre pulivamo i saloni interni. E senza contare le decine di litri di birra che abbiamo dovuto gettare perché quella che noi stessi produciamo secondo antiche ricette, bisogna consumarla al momento». Ringrazia «l'amministrazione del sindaco Carlo Masci che ci ha consentito di utilizzare spazi da mezzogiorno, ma la situazione attuale non ci permette di fare alcun tipo di pianificazione del futuro, ci conviene stare chiusi. Le tasse e gli affitti non dovrebbero essere sospesi, ma annullati. Auspichiamo una manifestazione di protesta a Pescara per far conoscere al territorio i problemi della categoria» lancia la proposta il birraio di via Battisti .
E' convinto D'Amico, che nella vita si occupa anche di consulenze nel settore petrolifero in giro per il mondo, che qualcuno stia «approfittando della pandemia per sperimentare nuove economie» come se ci fosse un disegno preciso «per far scomparire le partite Iva» ipotizza l'imprenditore iscritto all'associazione "Partite Iva- Insieme per cambiare", presieduta da Giuseppe Bucciarelli. L'asporto e la vendita a domicilio non bastano, anzi «banalizzano la nostra filosofia di vendita che è incentrata sulla condivisione dei prodotti tipici come gli arrosticini accompagnati alla nostra birra sartoriale, confezionata sui gusti del cliente». E dunque «viviamo una sensazione di frustrazione e impotenza perché nessuno ci ascolta a livello istituzionale. Abbiamo investito somme importanti per la sicurezza e alla fine ci conviene stare chiusi. Che pericolo potremmo essere noi, con ingressi e tavoli distanziati rispetto alle folle dei supermercati e al lavoro di altre categorie che lavorano a distanza ravvicinata col cliente?».
E i ristori? «Abbiamo ricevuto 4500 euro da marzo, mentre continuiamo a pagare 850 euro al mese fissi solo di affitto. A conti fatti, stiamo sempre sotto se non torniamo a lavorare». Le strade della movida in centro «che io preferisco chiamare intrattenimento» sono controllate ad ogni ora dalle forze dell'ordine «ma noi invochiamo una vigilanza educativa e non repressiva». Nel giorno della disobbedienza civile, venerdì scorso, D'Amico, gelataio allo storico ristorante Guerino all'età di 15 anni, ha risposto "presente".
«Si», ammette, «sono un disobbediente delle regole che fanno venire meno anche le aspettative e le speranze dei giovani che già da marzo avremmo voluto assumere». Poi, invece, sono arrivati i lunghi mesi di lockdown. «Venerdì scorso», rivela il commerciante, padre delle musiciste Sara e Miriam D'Amico, 19 e 16 anni, con le quali ha ideato nel passato una serie di eventi e feste, «siamo stati aperti, ma i clienti non sono venuti. Troppa paura di essere multati. Invito le istituzioni locali ad ascoltare le categorie, bar, pizzerie, ristoranti, cocktail bar, birrerie, per trovare una soluzione insieme, altrimenti imploderemo. Anzi, sta già accadendo. Ci sono giovani che vorrebbero lavorare. Bravi ragazzi, volenterosi, che vengono da noi, ci raccontano le loro esperienze, progetti, idee, quello che vorrebbero fare. È chiaro che non potrei assumerli tutti, ma uno forse due, potrei».
«Abbiamo», conclude D’Amico, «la responsabilità morale e civile di riprenderci insieme il diritto di lavorare, di esistere come partite Iva, di dare una possibilità di lavoro ai giovani e di aiutarli a sognare progettare e noi insieme a loro. Ma è necessaria un'azione, forte, rapida, decisa, da parte di tutte le istituzioni».

