Il matrimonio è annullato: rivuole gli assegni dalla ex

Respinto il ricorso di un marito che chiedeva 139mila euro del mantenimento dopo la separazione e lo scioglimento del vincolo da parte della Chiesa
PESCARA. Convivono per due anni, poi decidono di fare il grande passo e convolano a nozze. Ma si sa, oggi più che mai, la ricetta per un matrimonio perfetto è quasi impossibile trovarla e, sempre più spesso, il passo dall'altare al tribunale è davvero breve.
I motivi possono essere tanti e diversi: la magia e l'amore svaniscono o, magari, i progetti di vita e le aspettative dei novelli sposi non coincidono. È capitato, come accade in tanti altri casi, anche ad una coppia, residente all'epoca dei fatti a Montesilvano, di ritrovarsi così davanti a un giudice e di separarsi. Lui, oggi 54enne, vuole dalla ex, oggi 52enne, tutti i soldi dell'assegno di mantenimento che le ha versato negli anni per un totale di 139mila euro. L'uomo sostiene che la somma è stata percepita indebitamente perché il matrimonio è stato dichiarato nullo dal Tribunale ecclesiastico.
La 52enne, assistita dall'avvocato Giampiero Serafini, non solo si è opposta, ma ha anche rilanciato chiedendo una sorta di indennità dello stesso livello del mantenimento previsto nel'atto di separazione, per la durata di tre anni. Alla fine, la giudice del Tribunale civile di Pescara, Grazia Roscigno, il 5 giugno scorso ha dato torto ad entrambi e ha rigettato le richieste dei due ritenendole infondate. Per comprendere meglio la questione, occorre fare un passo indietro per risalire alle origini dei fatti.
I due si sposano nel 1996 e poi nel 2000, a seguito di alcuni diverbi, si separano. La coppia sottoscrive un accordo davanti al Tribunale di Pescara: il marito si impegna a versare alla moglie un assegno di mantenimento e una ulteriore somma mensile per il pagamento dei canoni locativi. Tre anni dopo l'uomo si rivolge al Tribunale ecclesiastico di Chieti per ottenere l'annullamento dell'unione perché, sostiene, al momento di contrarre il matrimonio erano entrambi coscienti di non volere figli.
La donna dice invece che da parte sua non era così e presenta anche dei documenti per provare la sua buona fede al momento di convolare a nozze. Nel 2009 il Tribunale ecclesiastico annulla il matrimonio, riconoscendo «solo in capo al marito», sottolinea la difesa durante la causa civile, «la volontà interiore di non volere figli al momento della celebrazione del matrimonio». L'uomo, a seguito della sentenza, passata in giudicato nel dicembre 2012, della Corte di appello di Bari con la quale viene dichiarata in Italia l'efficacia della sentenza di nullità del matrimonio concordatario emessa dal Tribunale ecclesiastico nel 2009, richiede alla ex le somme versate nel corso degli anni relative al mantenimento e all'affitto immobile. Sottolinea anche che la donna, nel frattempo, ha comprato casa. La palla passa al Tribunale civile che pochi giorni fa ha stabilito che la 52enne non deve restituire i soldi percepiti dal marito.
Il Tribunale ha aderito alla tesi secondo la quale anche di fronte al matrimonio nullo sono, comunque, da considerarsi pienamente esplicabili gli effetti civili del matrimonio. La richiesta di indennizzo della donna, ossia una sorta di mantenimento per altri tre anni, è stata invece rigettata perché non ha provato che il marito era in effetti in malafede, ossia l'esclusione della prole nell'uomo. Per il Tribunale civile, la sentenza ecclesiastica non è sufficiente a esplicare effetti nell'ambito civile sotto l'aspetto probatorio. A questo punto, l'ex coppia può mettersi l'animo in pace: in fondo, come diceva Nietzsche, «tutto ciò che non mi uccide, mi giova».

