«Il ministro eviti l’esilio del tesoro dei Di Persio»

PESCARA. Continua il dibattito sulla vicenda della collezione Di Persio, la raccolta di preziose opere pittoriche ottocentesche italiane e francesi destinate negli intenti dei coniugi Venceslao Di...
PESCARA. Continua il dibattito sulla vicenda della collezione Di Persio, la raccolta di preziose opere pittoriche ottocentesche italiane e francesi destinate negli intenti dei coniugi Venceslao Di Persio e Rosanna Pallotta a costituire il patrimonio di una Fondazione e l'esposizione permanente di un museo da realizzare e gestire, a spese dei collezionisti pescaresi, nella ex Banca d'Italia di viale D'Annunzio. Un immobile acquistato per lo scopo dai Di Persio che, dopo il vincolo della Sbap e le diatribe amministrative e giudiziarie, sembra non essere più la possibile casa di questa potenziale istituzione culturale. A tagliar corto sulla questione è intervenuta una sentenza del Consiglio di Stato secondo la Soprintendenza, ferma sulla tutela di una corte interna - un cavedio secondo Di Persio - che la proprietà vorrebbe chiudere quale unica soluzione per rendere museabile l'edificio. Altrimenti, si vedrebbe costretta a portare la propria collezione altrove. E ha già ricevuto più di un allettante invito in prestigiose strutture fuori Abruzzo. Sul punto interviene l'avvocato Leo Nello Brocchi, legale dei Di Persio, secondo il quale la pubblica amministrazione potrebbe agire ancora in autotutela per assicurare a Pescara un importante museo, auspicio fatto proprio anche dal Comune: il sindaco Alessandrini si è già messo a disposizione di Sbap e collezionisti quale mediatore per comporre la vicenda nell'interesse collettivo. «L'atteggiamento della Soprintendenza sembra confermare una spiacevole insensibilità verso un patrimonio artistico di assoluto rilievo, venerato da istituzioni e studiosi nazionali e internazionali ma umiliato a Pescara, e sconcerta per il disinteresse alla reale tutela di un immobile che oggi versa in una drammatica situazione strutturale, incompatibile con un'idea museale» spiega Brocchi. «Una perizia disposta dal tribunale di Pescara ha smentito la Sbap certificando che tale fabbricato non custodisca al suo interno ornamenti di valore storico-artistico o pregi stilistici, trattandosi invece di un’ordinaria filiale bancaria con spazi interni funzionali solo alle proprie esigenze. Per non parlare della fatiscente struttura di copertura del cavedio al pianterreno degli anni ’90, altro che architettura ispirata a Wagner, come ritenuto dalla Sbap, errore che ha costituito un profilo di sonora bocciatura tecnica della valutazione, come peraltro riconosciuto dal Consiglio di Stato». Se tutto si riduce a una valutazione discrezionale di quello che è stato ormai definito "il cavedio della discordia", l'avvocato Brocchi nota come «provoca sfiducia nelle istituzioni constatare che talvolta l'ipocrisia burocratica costituisca la tomba d’ogni aspettativa di valorizzazione del nostro patrimonio culturale, allorquando valutazioni tecnicamente smentite da un’analitica perizia disposta da un tribunale si infrangano con l’imbarazzante limite che l'ordinamento pone alla valutazione di merito e d’opportunità da parte del Consiglio di Stato, il quale non ha potuto far altro che arrestarsi di fronte a un giudizio discrezionale - e in pratica insindacabile - espresso dalla Soprintendenza». Per questo, secondo Brocchi, bisogna agire con altri strumenti che superino, poiché reso possibile dalla legge, il dettato del giudice amministrativo di ultime cure. «In altri contesti europei si sarebbe derogato, occorrendo, persino ai piani regolatori pur di garantire la più giusta collocazione logistica ad una pinacoteca di eccezionale valore. Qui, invece, si assiste al paradosso di un'istituzione creata proprio per tutelare i beni culturali che invece sembra preferisca ignorare un tesoro del genere. Il pregiudizio subito dalla collezione dei Di Persio in relazione alla persistenza dell’anomalo “vincolo tipologico” d’un insignificante atrio interno - l'ultimo baluardo delle tesi della Sbap - lede insomma un interesse autenticamente collettivo».
Ma la speranza, rilancia Brocchi, resta l'ultima a morire. «Ritengo sia doveroso non perdersi d’animo, perché è pur sempre consentita, da parte della pubblica amministrazione, una rivalutazione dell’interesse pubblico anche in via di autotutela, attraverso il riesame dei presupposti che suggerirono di frapporre veti esclusivamente burocratici a un'iniziativa senza precedenti a Pescara. Mi auguro allora che il ministro per i Beni culturali voglia cogliere l'opportunità avocando a sé il procedimento per evitare che una collezione unica sia costretta a un malinconico esilio dalla sua città».

