Il mio "Italiano Medio" spietato e autopunitivo

5 Febbraio 2015

Il comico di Chieti racconta il film che sta sbancando i botteghini

Un comico di generazione internettiana che trae ispirazione dal passato. Il suo, ma non solo. Marcello Macchia, per caso e poi in arte e ormai per tutti Maccio Capatonda, la capacità di far ridere la deve alla lente dell’ironia con cui vede e legge il mondo. Da 7 giorni è nelle sale “Italiano Medio”, il primo film di questo regista-attore-videomaker 3.0 nato a Chieti 37 anni fa, e quello che era soprattutto un fenomeno comico della Rete arriva intatto al pubblico cinematografico, in parte lo stesso che lo ha adorato nella web serie Mario e poi in ogni parodia, gioco di parole e non-sense, e che in parte lo scopre sull’onda di un passaparola inarrestabile. E sembra gradire: il film sta andando benissimo.
Maccio, Marcello, come preferisce essere chiamato?
«Ormai è lo stesso. Mi chiami “Maciello”, che mi sento a casa».
Come nasce questo soprannome, con quel Capatonda che sa di presa in giro in dialetto abruzzese e che per metà evidenzia il tondeggiare della “pelata” e nell’altra un certo essere tonto?
«Nasce quasi per caso. All’inizio, per i miei trailer di film pensavo ad attori dai nomi “fini”, che so Brad Pitt, Angelina Jolie... Io facevo tutto con i miei amici e volevo per i miei “protagonisti” nomi che suonassero ridicolamente altisonanti, che so, Anna Annocchia Maccio appunto. Poi la gente mi ha identificato con quel nome e ho continuato a usarlo. Forse invece il motivo è inconscio, invento nomi mentre li pronuncio, mi si formano dalla bocca. O forse deriva da Marcello e Capotondi e mi fa pensare al mondo del cinema. E anche da Plauto, che si chiamava Tito Maccio ...»
Cosa la fa ridere?
«In questo momento soprattutto quello che vedo su YouTube, i personaggi reali più che i comici. Mi fanno ridere molto Richard Benson il rokkettaro romano, i video di Andrea Diprè, i miei colleghi amici The Jackal, i The Pills. Sono personaggi reali. E il mio mito è Immanuel Casto, il cantante con la satira dai contenuti omosessuali. Poi tutti i “vecchi”, come Verdone, Troisi, Benigni, Fantozzi, Ciprì e Maresco, Nuti, Chaplin, Frassica. Prediligo una comicità surreale e al tempo stesso reale. Mi piace chi racconta attraverso la metafora un pensiero molto reale, penso a Chaplin in Tempi moderni, che scivola tra gli ingranaggi: surreale ma con forti contenuti reali. Il non senso è nel mio caso un modo per sottrarmi alla realtà; per non pensare vivo nel mio mondo del nonsense e grazie a questo trovo il senso denso...».
Insomma la realtà non le piace.
«Cerco sempre di sottrarmi al mondo reale, e cerco altri mondi, vado nella rete che scolla dal reale: ho fatto di questo un lavoro e ci sguazzo».
Come nascono i suoi personaggi
«Nascono da suggestioni che mi arrivano da varie fonti: amici, parenti, tv e cinema, reminiscenze dell’infanzia. Non ho un metodo preciso. Parodie come quella di Luciano Onder per Mtv vengono da suggestioni. Altre dal nulla, a volte conosco la “fonte”, altre no. Per esempio Mariottide, il cantante più triste del mondo, si ispira a mia nonna, i Fratelli Peluria ai contadini che lavoravano nella campagna della mia prozia in Molise».
E il linguaggio che ruolo ha nella sua comicità?
«I suoni sono assolutamente fondamentali. Coltivo il modo di parlare e il dialetto abruzzese e tendente al molisano, faccio un mix. Quando mi sono trasferito a Milano, ho preso a considerare l’essere abruzzese da una prospettiva diversa. Non so quale è, ma c'è una forte impronta nell'”abruzzesismo”, forse il cinismo, il senso critico, quel giudicare tutti dall'alto della Majella. Io sono vicino alla Majella, dalla mia casa a Chieti si vede bene».
Conserva un legame importante con le origini.
«Sono legato, sì. I miei compagni di lavoro e vita vengono da Chieti e Campobasso, mamma è di Montenero di Bisaccia... Anche se faccio personaggi con accenti diversi le storpiature dei nomi e delle cose è tipica delle mie parti. Penso a “La febbra”, il primo trailer che ho fatto. Era un modo di dire di mia nonna per ogni disagio: “ja venuta la febbra”. Io ci gioco con storpiature e suoni abruzzesi».
Tra i suoi personaggi ha preferenze?
«Mariottide. È il più caratterizzato, il “cantante più triste del mondo” con figlio adottivo che sembra più grande di lui; poi Herbert (Luigi Luciano ndr) che fa Fernandello è il piu riuscito, con una prospettiva comica forte, tipo Fantozzi. Il suo valore aggiunto è la tristezza della povertà. Con quel figlio a cui nasconde verità spietate, ricorda Benigni de La vità è bella. Mi fa pena. E parla questa lingua tra abruzzese e molisano, anche un poco colta: si ispira a mia nonna, che ha 98 anni e ancora usa termini che non conosco».
Arriviamo a Italiano Medio. È corretto dire che l’humus comico ricorda Ciprì e Maresco?
«In Italiano Medio e in tutto quello che faccio. Lo sfruttamento dei casi umani è anche il mio pane. Sono cresciuto con Cinico tv e con i loro film, con la loro rappresentazione della realtà cruda e con personaggi non attori ma presi dalla realtà: i miei attori non sono attori, ma comparse, amici, conoscenze e hanno facce che mi stupiscono».
Passare alla regia cinematografica come è stato?
«Lavorare sul set con non attori è piu complicato, ma sono la mia famiglia e li ho voluti tirare dentro, e hanno facce di una espressività che funziona. Ci ho rimesso qualche giorno di vita, ma ne è valsa la pena».
Perché fa ridere l’italiano medio
«La mia paura era che venisse fuori una accozzaglia di sketch che piacevano al mio pubblico. Invece volevo raccontare una storia che facesse ridere e che fosse una foto spietata e cinica del Paese. E magari questo riconoscersi, guardarsi allo specchio scatena il senso di autoironia e la risata. L’italiano è sempre pronto a criticarsi, la mia è un po’ una ramanzina , con leggerezza e sorriso: ci guardiamo, ammettiamo e ridiamo di noi stessi, anche io sono nel target. La gag va oltre la gag e c'è qualcosa di commiserativo, autopunitivo, masochistico che fa ridere».
Ha visto il film in sala?
«No. Mi vergogno. Sono scappato dalle anteprime. Poi domenica ho detto a un mio amico: andiamo all’ultimo spettacolo. Ma dopo 5 minuti sono fuggito. Sono critico, ho paura di vedere cose che non mi convincono. Devo distaccarmi un po’e poi vado. Ho mandato le mie spie. Luigi, i miei amici di Chieti, dove tra l'altro sta andando forte, con applausi mi hanno detto. Non succedeva da tanto».
Che c’è nel futuro di Maccio?
«Sono in stand-by, no ho progetti precisi. Ci sarà una nuova stagione di Mario su Mtv e un altro film , se tutto va bene, ma comunque resto nel campo, senza rinunciare a web e Radio 105. Spero di continuare. Forse fare qualcosa dal vivo, ma sempre in piena libertà come finora è stato».
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