Il mio sogno di attore? L’Oscar l’ho già vinto ma avevo cinque anni

10 Luglio 2016

Giorgio Cantarini, il piccolo Giosuè del film “La vita è bella” ricorda i mesi sul set con Benigni. Che gli cambiarono la vita

Tutto inizia come un gioco, poco diverso dalle recite di Natale che si fanno a scuola. E alla fine vinci l'Oscar. Così resti un bambino nella mente di milioni di spettatori mentre, invece, cresci e diventi adulto.

Non è semplice essere belli, bravi e famosi quando sì è piccoli o, almeno, è facile fino a quando la favola continua e l'innocenza degli anni non dà peso all'essere entrati nell'empireo della storia del cinema.

E' accaduto a Luciano De Ambrosis (interprete di Sciuscià), a Eleonora Borown (La Ciociara), ad Andrea Balestri (Pinocchio), a Salvatore Cascio ( Nuovo Cinema Paradiso) e ad altri ancora, immortalati nelle storie coinvolgenti e commoventi nel documentario “Protagonisti per sempre”di Mimmo Vedesca ( vincitore del Giffoni film festival 2015).

Uno dei volti del documentario è il Giosuè di La vita è bella, l'attore Giorgio Cantarini. Al tempo del film a veva 5 anni e oggi ne ha 24, e racconta ciò che resta dentro di un capolavoro vissuto con i calzoni corti. Ma anche il suo rifiuto iniziale verso quel bambino famoso a cui tutti domandavano come era stato lavorare con Benigni e la Braschi, che cosa si provava a essere famosi o cosa ne pensava dell'Oscar.

Ai tempi del film( 1997) Cantarini aveva solo cinque anni, voleva stare con i coetanei, togliere dalla sua mente quel gioco della guerra che lo aveva impegnato per tre mesi, guidato passo passo da un regista gentile, simpatico e affettuoso, ma pur sempre ingombrante, come può esserlo un adulto e per di più famoso.

«Ero ossessionato dalla gente che mi fermava dovunque riempiendomi di complimenti, di carezze, di baci, ma anche di tante domande - ricorda - e cercavo di negare con forza perfino l'evidenza... Come una volta a Viterbo, quando prima ancora che una signora mi facesse le solite domande, l'anticipai dicendole: «Non sono sono il bambino del film, ci assomiglio soltanto».

Poi però, una volta adolescente ha cambiato idea?

«All'improvviso, come se mi fossi svegliato da un sogno. I miei genitori quando sono stato scelto da Benigni hanno fatto grandi feste, cercando però di farmi vivere quell'avventura come un gioco. Mio fratello Lorenzo, che nel film ha fatto una piccola parte e all'inizio era anche un po’ geloso, mi aiutava a imparare le frasi a memoria perchè ancora non sapevo leggere. Io studiavo, ripetendo frasi di cui spesso non capivo il significato e a volte mi stufavo».

Benigni come reagiva?

«Lui non si spazientiva mai, cercava di farmi divertire con diversi stratagemmi, ma anche Nicoletta Braschi era dolce e materna».

Come ha vissuto il momento dell'Oscar?

«Come lo può vivere un bimbo. Ero a Hollywood ma avevo sonno e la notte della premiazione andai a dormire. Se accadesse ora non dormirei, mi prenderei gli applausi e sarebbe la cosa più bella del mondo».

Per i primi tempi insomma si è come allontanato da La vita è bella e da tutto quel che per lei rappresentava il mondo del cinema.

«Proprio così. Mi allontanavo, anche se crescendo mi rendevo conto che avevo i mezzi per stare sul set».

Qual è stata la molla che l'ha convinta a riavvicinarsi alla recitazione?

«E' accaduto un fatto che mi ha fatto soffrire ma anche riprendere il percorso... Ero adolescente, da qualche anno lavoravo in un'enoteca e vedevo che la gente mi guardava in modo curioso. Poi un giorno sentii una ragazza dire alle amiche: “Dall'Oscar al vino le cose cambiano...”. Sapevo che in tanti pensavano questo, ma nessuno me lo aveva mai detto con quella sfrontatezza».

Così tornò sui suoi passi...

«Scegliendo la scuola più importante, il Centro sperimentale di cinematografia».

Una sfida con se stesso.

«Trasformata poi in grande amore. Un'esperienza come la mia spesso blocca. Nel mio caso è accaduto, oggi però capisco che il film è stata una fortuna».

Luogo di nascita Orvieto, anno 1992, madre ostretrica, padre psichiatra, due fratelli più grandi e una sorella più piccola. Ma che bambino era il piccolo Giorgio?

«Spigliato,divertente, cocciuto».

Come arrivò al casting?

«E' stato casuale. Una mia zia aveva letto sul giornale locale che a Terni si girava un film e che il regista stava cercando un bambino minuto dall'aria vispa. Lo disse a mamma che nel frattempo aveva ricevuto la stessa notizia da papà ( i miei genitori allora si erano appena separati). E lei decise di provare... Mi sono ritrovato insieme a tanti bambini, c'era anche mio fratello maggiore Lorenzo, che poi fu scelto per un piccolo ruolo, ci fecero delle foto e dopo qualche giorno ci chiamarono per fissarci un incontro con Benigni».

Come andò?

«Benissimo. Lui fu affettuoso, mi fece ridere per vedere come reagivo, mi portò a conoscere Nicoletta Braschi e a fare altri provini: di tutti i bambini che avevano partecipato al casting eravamo rimasti in due».

Fra quei due bambini scelsero lei, secondo quanto dichiarò Benigni perché assomigliava a lui da piccolo. Era insomma il figlio che non aveva avuto?

«Forse. Durante la lavorazione Roberto e Nicoletta mi portavano nella loro casa in Toscana e mi trattarono proprio come un figlio. E anche dopo siamo rimasti in contatto per parecchio tempo. Poi la vita è andata avanti in modo diverso per ognuno di noi. Ma qualche volta ci sentiamo ancora e con piacere».

Cosa le dice Benigni per il suo lavoro?

«Mi dà consigli e insiste perché continui a studiare».

Dal diploma in poi ha fatto teatro, cinema, televisione, pubblicità. Altri desideri?

«Vorrei vedere il cinema da dietro la telecamera. Vorrei scrivere un soggetto, dirigerlo e interpretarlo».

Potrebbe usare le musiche di suo fratello Lorenzo.

«Magari! Lui suona con i Dear Jack ed è molto bravo, ma fare qualcosa insieme sarebbe bellissimo: un sogno!».

Spera di lavorare ancora con la coppia Benigni-Braschi?

«Diciamo che se facessero un nuovo film e ci fosse un ruolo per me direi subito di sì. Ma ancora di più preferirei girare una storia mia e chiedere a loro di interpretarla». ©RIPRODUZIONE RISERVATA