Il Nevada “salva” Douglas cacciatore

Splendida location per “Reach”, thriller con toni western e troppe esagerazioni
Il venticinquenne Ben (Jeremy Irvin) è un ragazzo idealista e innamorato della natura che conosce il deserto del Nevada come nessun altro e per professione accompagna i turisti attraverso quelle lande tanto solitarie quanto piene di pericoli che costituiscono il deserto del Mojave.
Viene assoldato da John Madec (Michael Douglas), assassino senza scrupoli, e si ritrova suo malgrado vittima di un gioco al massacro poiché unico testimone di un omicidio… L’uomo sbagliato nel posto sbagliato, un libro del 1972 all’origine, “Deathwatch” di Robb White, una location che rimanda direttamente alle atmosfere di “Non è un paese per vecchi” e di “Breaking Bad”, un omaggio a uno spazio e a un attore premio Oscar come Michael Douglas. Nonostante alcune inverosimiglianze e una trama non solidissima, è tutto questo “Reach – Caccia all’uomo” di Jean-Baptiste Léonetti, un thriller ma anche un western contemporaneo che rimanda allo spielberghiamo “Duel” e all’antesignano “La pericolosa partita”. Lotta di classe e potere del denaro sono la base, premessa di un adventure-movie ambientato in un luogo in cui luce e fotografia non hanno bisogno di ritocchi. Al centro un Michael Douglas che si cita da subito, con il suo enorme fuoristrada, il fucile ad alta tecnologia, il telefono satellitare e quel look e quei modi da Gordon Gekko, l’intramontabile protagonista di “Wall Street”. Il resto è una battuta di caccia, che inizia con un alto grado di tensione ma che fatica a mantenersi tale nel corso dei novanta minuti di film. L’ennesima caccia all’uomo, una lotta impari e dominata dal potere economico, non priva di ironia, di guizzi e di passi falsi. Vale il prezzo del biglietto il deserto del Mojave con la sua straordinaria e terribile bellezza, un luogo dell’anima torrido e mortale, set ideale per mettere in scena un thriller accecante e polveroso. Dispiace che il risultato sia altrettanto arido, già visto e privo di realismo.
Tra sogni rivelatori e flashback d'amore in grado di resuscitare anche i morti, “The Reach” abbandona i binari del western contemporaneo per imboccare quelli del thriller surreale, a tratti macchiettistici. Non ci sono né vincitori né vinti, e si esagera, purtroppo. (c.bor.)

