Il Nursind di Popoli ricorda Di Berardino

«Purtroppo tutti i lavoratori del presidio ospedaliero di Popoli e della Asl Pescara piangono il loro amico e collega che dopo tanto era riuscito ad avvicinarsi alla sua terra, che però gli è stata...
«Purtroppo tutti i lavoratori del presidio ospedaliero di Popoli e della Asl Pescara piangono il loro amico e collega che dopo tanto era riuscito ad avvicinarsi alla sua terra, che però gli è stata fatale»: così il dirigente sindacale del Nursind di Popoli, Antonio Santilli, ricorda Francesco Di Berardino (nella foto), il primo infermiere a morire in Abruzzo a causa del coronavirus. Di Berardino, 60enne originario di Scafa impiegato nel reparto di chirurgia, è morto sabato nell’ospedale di Pescara, dove era ricoverato in terapia intensiva.
«Non avremmo mai voluto che ciò accadesse, soprattutto in un ospedale considerato No Covid», afferma Santilli, che solleva dubbi sull’adeguatezza della dotazioni di dispositivi di protezione forniti agli operatori sanitari: «Non si può combattere il nemico senza vederlo e soprattutto senza armi per proteggersi, quelle armi chiamate “dispositivi di protezione individuale”, considerate necessarie e
fondamentali, richieste a gran voce e ancora oggi non fornite, o comunque insufficienti», accusa il referente popolese del sindacato delle professioni infermieristiche.
«Quei dispositivi avrebbero permesso a tutti noi di proteggerci e di proteggere i cari che vivono nelle nostre case, ma tutto questo ci è stato impedito», polemizza Santilli, «ci hanno definiti eroi e angeli, ci hanno battuto le mani a suon di sirene, ma non hanno mai avuto il coraggio», conclude il responsabile locale del Nursind, «di dirci chiaramente che saremmo diventati dei martiri».
«Non avremmo mai voluto che ciò accadesse, soprattutto in un ospedale considerato No Covid», afferma Santilli, che solleva dubbi sull’adeguatezza della dotazioni di dispositivi di protezione forniti agli operatori sanitari: «Non si può combattere il nemico senza vederlo e soprattutto senza armi per proteggersi, quelle armi chiamate “dispositivi di protezione individuale”, considerate necessarie e
fondamentali, richieste a gran voce e ancora oggi non fornite, o comunque insufficienti», accusa il referente popolese del sindacato delle professioni infermieristiche.
«Quei dispositivi avrebbero permesso a tutti noi di proteggerci e di proteggere i cari che vivono nelle nostre case, ma tutto questo ci è stato impedito», polemizza Santilli, «ci hanno definiti eroi e angeli, ci hanno battuto le mani a suon di sirene, ma non hanno mai avuto il coraggio», conclude il responsabile locale del Nursind, «di dirci chiaramente che saremmo diventati dei martiri».

