Il padre dell’ultrà assassinato: «Lo Stato ci ha abbandonato»

28 Marzo 2019

Pasquale Rigante: «Mia nipote sta crescendo senza il papà, ma non è garantita in alcun modo perché l’assassino, già condannato al risarcimento, risulta nullatenente. E la legge non ci tutela»

PESCARA. Le ultime parole di Domenico Rigante prima di essere ferito a morte da Massimo Ciarelli con un colpo di pistola, nella casa al piano terra di via Polacchi la sera del primo maggio 2012, sono state per la figlia Angelica, all’epoca di otto mesi. Lo riferì il giorno successivo all’omicidio un testimone: «Domenico li ha implorati di non sparare, gli ha urlato che c’aveva una figlia piccola, ma quelli niente».
Oggi, a distanza di sette anni, quella bambina frequenta la seconda elementare e il papà - ucciso a 24 anni - lo ha conosciuto solo nelle foto che lo ritraggono perlopiù in biancazzurro, i colori del Pescara. È per lei che a poco più di un mese dall’anniversario di quella tragedia, il nonno paterno Pasquale Rigante rompe il silenzio e affida al Centro il suo appello carico di delusione: «Allo Stato che ci ha dimenticato. E alla giustizia, tale nella teoria, ma non nei fatti».
Il riferimento non è solo alla sentenza della Cassazione dell’anno scorso che ha ridotto da 30 a 17 anni la pena inflitta a Ciarelli per l’omicidio di Domenico, ma anche al pagamento del risarcimento a cui era stato condannato lo stesso in primo e secondo grado. Una provvisionale di circa 500mila euro che l’assassino avrebbe dovuto riconoscere alla famiglia di Domenico (i genitori, i due fratelli e la compagna e madre della figlia). E che invece, dice Pasquale Rigante, «non vedremo mai».
Signor Rigante, perché dice così? E perché lo dice adesso?
Lo dico adesso perché è sempre più dura. Più passano gli anni e più è difficile. Angelica vive con la madre, una ragazza bravissima che si è sempre data da fare e che attualmente lavora come Oss, con un contratto a termine. Lei non è di Pescara, è voluta rimanere qui, dove aveva vissuto con Domenico, ma non è facile crescere una bambina da sola. Noi facciamo quello che possiamo, ma è difficile. E dopo tutto quello che è successo, e dopo quanto stabilito dal tribunale in primo e secondo grado, non è neanche giusto che ci ritroviamo da soli.
Che cosa chiede?
Contesto l’ipocrisia di questo Stato che non si preoccupa di mantenere quello che la giustizia dispone. Hanno condannato l’assassino al risarcimento per l’omicidio di Domenico sapendo bene che la sua famiglia risulta nullatenente. La verità è che, dopotutto quello che ci hanno fatto, nessuno ci risarcirà. E a pagare, dopo Domenico, saremo noi, ma soprattutto la sua bambina che invece ha il diritto di crescere come si deve. Come se ci fosse il padre a provvedere a lei. Ecco che cosa chiedo: chiedo che se chi ci deve risarcire risulta nullatenente e non può farlo, è lo Stato che deve tutelarci. È lo Stato che deve provvedere. O almeno dovrebbe. Invece, come abbiamo verificato anche con il nostro legale, l’avvocato Ranieri Fiastra, sembra che la normativa prevede l’intervento dello Stato per reati violenti, solo nel caso degli stranieri.
È arrabbiato.
Sono deluso. Ho sempre creduto nella giustizia. Ho sempre detto che bisogna avere rispetto per le istituzioni. Ho sempre cercato di fare le cose corrette e sono convinto di tutto quello che ho fatto. Ma dopo sette anni vorrei che si mantenesse quanto promesso dalla giustizia.
Ìl diritto al risarcimento è ancora integro, la sentenza di Cassazione è dell’anno scorso, magari lo otterrete.
Non ci credo. Non ci credo per me e non ci credo per gli altri. Penso alla mamma di Emanuele Fadani, ucciso ad Alba Adriatica, anche lui dai rom. Penso a Jennifer Sterlecchini, la ragazza uccisa dall’ex fidanzato. Nessuno dei familiari sarà risarcito per queste enormi perdite, è solo una presa in giro. Forse solo quando intervengono le assicurazioni o i grandi studi legali. Invece io dico che in questo contesto è solo lo Stato che può e deve prendere dei provvedimenti: nel nostro caso, devono sempre ricordarsi che una bambina che aveva 8 mesi quando le hanno ucciso il padre è cresciuta e sta crescendo in modo corretto e dignitoso solo grazie agli sforzi della mamma e dei parenti più stretti. Ma non è giusto. È inaccettabile.
In questi anni è stato contattato dall’assassino di suo figlio o dalla sua famiglia?
Mai.
Avrebbe mai accettato le loro scuse e, oggi, accetterebbe la loro richiesta di perdono?
Non li posso perdonare. Oggi come oggi mi sono indifferenti. Non ho mai provato odio nei loro confronti perché l’odio non so cosa sia, ma il rancore c’è e non finirà mai, per quello che hanno fatto, per la loro arroganza.
Massimo Ciarelli potrebbe uscire tra poco più di dieci anni. Se un giorno dovesse incrociarlo, che cosa gli direbbe?
Non gli direi niente. Ma spero di non incontrarlo. Spero almeno questo.
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