Il parroco: impariamo a perdonare

Chiesa di Sant’Andrea stracolma per l’addio a Giandomenico Orlando, ucciso davanti al suo negozio in via Buozzi
PESCARA. Perdono e misericordia invoca padre Costante Baron dal pulpito, ma intorno alla bara di Giandomenico Orlando, ucciso a 67 anni con quattro coltellate dal vicino di casa più volte denunciato dalla famiglia per le ripetute minacce nei loro confronti, ci sono solo dolore e rabbia. La chiesa di Sant’Andrea è stracolma, ma c’è un silenzio attonito tra le centinaia di persone che sono lì per l’ultimo saluto a «Gianni» e per un abbraccio di conforto alla vedova Patrizia Chiavaroli e ai figli Alessio e Francesca. È da loro, dalla madre 96enne che accudiva (unico dei tre figli maschi rimasti) e da sua sorella, che il pasticciere è stato strappato mercoledì mattina per mano del 41enne Giovanni Grieco davanti al negozio che Orlando aveva aperto in via Puccini, angolo via Buozzi, nel 1977.
È lì che il corteo funebre ieri ha fatto la prima dolorosa tappa prima di arrivare in chiesa poco dopo le 15, lì dove Giandomenico Orlando ha trovato la morte dopo una vita passata a preparare dolci e pizzette per generazioni di pescaresi, come il parroco ha ricordato nella sua omelia: «Tutti voi l’avete conosciuto e stimato, avete assaggiato i suoi dolci, anche io, buonissimi, e gli siamo riconoscenti anche per questo, perché abbiamo avuto dei momenti in cui almeno nel palato la nostra vita è stata dolce. Tutti noi abbiamo conosciuto la sua presenza, le sue parole, i suoi servizi, la sua bontà e siamo qui per dirgli grazie». E infatti, oltre ai familiari e agli amici di Orlando arrivati anche da Cugnoli, suo paese di origine, c’è suor Livia a cui Orlando ha fatto sempre arrivare i dolci per la mensa dei poveri e c’è la gente della Marina, il quartiere che per la terza volta in otto anni ha assistito impotente a un altro omicidio dopo quelli del balneatore Mario Pagliaro, ucciso nel 2007 al parco di Villa de Riseis da un detenuto in licenza , e l’altro, più recente, di Nicola Bucco, ammazzato con tre coltellate nella sua casa di via Leopardi due anni e mezzo fa. Un omicidio annunciato, ripetono in tanti, perché tutti conoscevano il killer, i suoi atti di prepotenza nella zona, le minacce e le aggressioni nei confronti della famiglia Orlando e in particolare del figlio Alessio. E per questo si fa fatica, nel giorno del funerale, a trovare le parole. Lo ammette padre Costante, «non è facile parlare oggi», che dopo il vangelo di Gesù, in croce in mezzo ai due ladroni, dice: «Il cuore è gonfio di pensieri buoni e meno buoni, vi invito a concentrarci su quello che stiamo facendo: pregare per il nostro fratello, per metterlo nelle mani della Misericordia di Dio, ma anche per chi purtroppo ha fatto questo gesto inconsulto e inumano». E a tal proposito: «Abbiamo bisogno di Dio che calmi i nostri sentimenti, concentriamoci sulla preghiera. Attenti che la violenza non attanagli i nostri cuori, e non abbiamo sentimenti di vendetta per nessuno, impariamo a perdonare e a perdonarci. Possiamo diventare delle bestie feroci senza accorgercene, siamo chiamati a diventare persone che amano». Ma l’amore c’è già lungo il bancone accanto alla bara coperta di rose avorio: è quello che allo scambio della pace fa abbracciare il figlio, la sua compagna, la figlia e la vedova del pasticciere che poi in tanti vanno a stringere e a baciare, compresi il sindaco Alessandrini e il vice Del Vecchio.
Dopo tanto affetto, l’uscita della bara dalla chiesa, un applauso che dà i brividi e un pensiero fisso che accomuna le donne della famiglia e Alessio, che avanza appoggiato a loro: ottenere giustizia per il padre. Ucciso, forse, al posto suo.
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