Il pasticciere che conquistò il Papa-santo

Il maestro Lino Marzoli, da 45 anni ai Colli: Wojtyla mi scriveva sempre per ringraziarmi
PESCARA. I complimenti più graditi per il suo panettone e per quella colomba pasquale farcita con la crema pasticcera, preparata con cura e passione nel laboratorio di Giuseppe Marzoli, conosciuto da tutti come Lino, gli sono arrivati direttamente dalla penna di papa Giovanni Paolo II. Wojtyla non è mai stato goloso di dolci, o almeno non lo descrivono così le cronache ufficiali.
Ma a quelle specialità che arrivavano in Vaticano puntuali, ogni anno, a Pasqua e a Natale, direttamente dalla pasticceria più famosa di Pescara Colli, a due passi dalla basilica della Madonna dei Sette dolori, il pontefice non seppe mai resistere.
Lui, Lino, il maestro dalle mani d'oro che, nonostante i suoi 70 anni, tutti i giorni continua a impastare nel suo laboratorio bombe, cornetti, pasticcini, toast e pizzette, riempiendo con i suoi profumi via del Santuario fin dalle 4 del mattino, ai Colli è un'istituzione. Quasi come i frati cappuccini che gestiscono la chiesa: con loro si è instaurato un rapporto di amicizia che va avanti da 45 anni, da quel lontano giorno del 1971 in cui fu inaugurata la pasticceria "Marzoli" al civico 446.
Com'è nata la sua passione per i dolci?
«Da piccolo ho sempre aiutato mia mamma, Laura, in cucina. Mi divertivo a fare dei piccoli dolcetti che offrivo a papà, Giovanni, e ai miei compagni di scuola. Ho frequentato la scuola industriale fino al secondo anno. Ma a 14 anni ho capito che la mia strada era un'altra e con l'aiuto della famiglia ho preso un piccolo locale in centro, in piazza Sacro Cuore. Si chiamava "La casa della torta": è rimasta aperta per dieci anni, fino a quando ho conosciuto mia moglie Maria Cristina che si occupava di bomboniere. Insieme abbiamo deciso di fare un passo importante: ci siamo trasferiti a Pescara Colli e abbiamo aperto la prima pasticceria Marzoli nel 1971 che, oltre a fare i dolci, confeziona pure le bomboniere. Poi, qualche anno dopo, ci siamo allargati e ci siamo spostati qui, sempre sulla stessa strada, ma più vicino alla basilica della Madonna. Non lo saprei spiegare: ma quando sono in laboratorio non sento mai la stanchezza, vado avanti per ore».
Com'erano i Colli, quando si è trasferito 45 anni fa?
«Quando ho aperto, su questa strada c'erano solo tre locali: la ferramenta, la latteria e un negozio di scarpe. Incartavano ancora l'insalata con la carta di giornale. Quando abbiamo portato la nostra carta intestata "Marzoli" siamo diventati un'attrazione, perché a quei tempi nessuno ce l'aveva. Adesso il quartiere è cambiato tantissimo e ci sono tutti i servizi. Ma all'inizio, per noi che venivamo dal centro, era un mortorio. È stato difficile ambientarsi, ma adesso non cambierei mai per nessuna ragione. La gente è educata, rispettosa, si vive benissimo. Ormai in centro non ci vado mai, solo per andare al mare».
Chi è stata la prima persona ad aver conosciuto?
«Frate Vincenzo Sabatino D'Elpidio. È stato il mio primo amico dei Colli. Girava con un'apetta con la scritta "Pace e bene", recuperava per strada i bambini del quartiere, li faceva salire sul tettuccio e li portava a spasso. Parcheggiava davanti alla vecchia sede e comprava i dolcetti per tutti. Era amato da tutti i bambini, e lo è ancora nonostante l'età e gli acciacchi. La mia famiglia è molto religiosa, frequentiamo la chiesa della Madonna dei sette dolori e spesso la mattina presto andiamo a sentire la messa di padre Guglielmo. Durante le festività ci scambiamo i doni con i frati cappuccini, ci vogliamo bene».
Negli anni sono cambiate le festività religiose?
«Le feste sono rimaste le stesse: la Settembrata, i Giochi senza frontiere, il miracolo della Madonna della pioggia e la festa della Madonna, ma è diminuita la partecipazione. Per la festa della Madonna dei sette dolori, ad esempio, non ci sono più gli spazi di una volta. Ci sono sempre le bancarelle e le giostre, ma prima si occupavano tutti i lati della strada, mentre oggi uno solo. Gli anziani ci vengono sempre, quelli della mia generazione e quelli appena dopo, ma i giovani no, vivono in maniera diversa».
I suoi figli che cosa fanno nella vita?
«Ho tre figli: Luca, Lucia e Cristian. Lavorano tutti qui con me da sempre, da dopo la scuola quando venivano a imparare come si fanno i dolci. Ognuno fa qualcosa. Si dividono tra il laboratorio, la pasticceria e il bar, che hanno voluto loro perché all'inizio io ero contrario. Ma poi hanno avuto ragione visto che è un completamento dell'attività. Andiamo d'accordo e passiamo le giornate in armonia. Mia moglie continua a occuparsi delle bomboniere e dei confetti, mentre il segreto delle ricette ce l'ho io. Sono contento che hanno seguito la mia strada, innanzitutto perché sarebbe stato un peccato e poi perché oggi trovare lavoro non è così semplice».
Come si svolge la sua giornata tipo?
«Inizio a impastare la mattina presto, alle 4, preparo i croissant, la crema, la pasticceria fresca e l'assortimento di mignon per la colazione. Vado avanti fino a mezzogiorno con i semifreddi, le torte millefoglie e i gelati, poi smetto di lavorare e vado a casa a riposare. Riprendo nel pomeriggio fino a sera. Ma non è faticoso, mi piace».
Come sono cambiate le abitudini della gente dei Colli riguardo alla pasticceria?
«Con l'euro prima e con la crisi dopo c'è stato un abbattimento delle vendite anche del 30 per cento. Prima la pasticceria mignon veniva venduta a 15mila lire, mentre ora il costo delle materie prime si è triplicato e quindi costa tutto di più. Rispetto al passato si comprano meno quantità: prima almeno un chilo o un chilo e mezzo di dolci, adesso si vendono anche confezioni da 8-10 mignon. La domenica dopo la messa c'è la fila, perché è una tradizione. Ma anche gli altri giorni siamo pieni, specie la mattina per le colazioni».
Come ha fatto a conquistare papa Wojtyla con i suoi dolci?
«Avevo stretto amicizia con una suora, Maria Pucci dell'istituto Maestre Pie Filippini. Era originaria dei Colli, ma poi andò a Castel Gandolfo. Tramite lei mandavo ogni anno al Papa un panettone a Natale e una colomba a Pasqua. Tra tanti omaggi, non pensavo di attirare la sua attenzione. Ma invece il Papa apprezzò così tanto che iniziò a scrivermi delle lettere di ringraziamento in cui decantava i miei dolci. Le conservo tutte. Per me è stato un orgoglio immenso. Una volta hanno scattato delle foto che ho incorniciato ed esposto nella pasticceria. Ogni tanto qualche curioso mi chiede il motivo e inizio a raccontargli la storia».
Lei è tecnologico?
«Mi sono convertito da tempo. Ho imparato tutto dai miei figli. Uso il telefonino per pagare le bollette, per la banca e anche per mettere le foto della pasticceria e fare un po' di promozione su Facebook e Instagram. Ne è passato di tempo dal mio primo telefonino Philips che portavo con me alle fiere e pesava 20 chili».
Meglio la tradizione o l'innovazione?
«Ogni tanto dal nostro laboratorio cacciamo fuori un dolce nuovo, ma le novità servono solo per l'occhio perché quello che va veramente sono le specialità della tradizione come il pandolce, le zeppole a San Giuseppe, le chiacchiere a Carnevale, i gelati e le granite in estate. Se fatte in un certo modo, con prodotti sempre freschi, la gente chiede sempre le stesse cose. Dico sempre che rispetto a 45 anni fa sono cambiati soltanto i bambini, mentre i gusti dei gelati che chiedono sono sempre gli stessi: cioccolato, crema e fior di latte vanno per la maggiore. Poi viene il resto».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

