IL RAGAZZO DI RIGNANO FA TESORO DEGLI ERRORI

12 Aprile 2017

Ufficialmente è uscito di scena «senza poltrone e senza vitalizi», come ama ripetere alla vigilia delle primarie che dovrebbero riportarlo in sella al Partito democratico. In pratica, però, Renzi non...

Ufficialmente è uscito di scena «senza poltrone e senza vitalizi», come ama ripetere alla vigilia delle primarie che dovrebbero riportarlo in sella al Partito democratico. In pratica, però, Renzi non se ne è mai andato dai radar, e non solo perché il governo in carica ricalca quasi fedelmente il suo, né perché a Palazzo Chigi hanno trovato posto diversi petali del Giglio magico.

È lui, non Gentiloni, il bersaglio delle inchieste mediatiche e giudiziarie degli ultimi mesi; è sul suo destino - più che su un’idea di partito, o su un programma di governo - che molti simpatizzanti del Pd andranno a votare tra un paio di settimane, quando l’ex sindaco di Firenze cercherà di pareggiare con un mezzo plebiscito l’autogol commesso alla vigilia del referendum costituzionale, annunciando la fine della propria esperienza politica.

Si prenda l’inchiesta di Report sull’Eni, trasmessa lunedì sera su Raitre. Nella parte più politica, quella sulle nomine e sul finanziamento dell’Unità, tutto girava intorno a lui: dalla difesa di Descalzi in Parlamento al coinvolgimento della Pessina costruzioni nel tentativo di salvare L’Unità, l’impressione era quella di un padrone dell’Italia come solo Berlusconi aveva cercato di essere, nel ventennio precedente. Tutti gli altri - da Prodi a Monti, da Letta a Gentiloni - rischiano di diventare comparse, messi all’angolo da una narrazione renzicentrica che ha spaccato ancora una volta l’Italia in due.

Procure e giornali, a volte separati e a volte in coppia, danno a volte l’impressione di un remake. Ma se nel caso del Cavaliere c’erano reati e condanne, con Renzi finora non è accaduto: per ora «si fa storytelling sulle dichiarazioni dell’accusa», come rimarcava il brillante tweet di un giornalista dell’Ansa un paio di sere fa, e quando arrivano i colpi di scena - come questo della Consip, con l’attribuzione a Romeo di una frase di Bocchino - l’incendio ha già fatto danni. Ma mentre Berlusconi, in condizioni analoghe, avrebbe lanciato l’ennesima crociata contro la dittatura dei pubblici ministeri, l’ex sindaco di Firenze non se lo può permettere: escluso il manipolo di convertiti dal centrodestra, il suo elettorato Pd è quello che ha difeso i magistrati in ogni circostanza, simpatizzando spesso per le posizioni di Magistratura democratica e comunque considerando il terzo potere come l’ultimo baluardo della civiltà.

E così, almeno davanti alle telecamere e nelle dichiarazioni ufficiali, Renzi fa buon viso a cattivo gioco, ribadendo la fiducia nella giustizia e tenendosi lontano da uno scontro che la base del centrosinistra non riuscirebbe a condividere. Così come del resto sarebbe rischioso un attacco diretto a Report, trasmissione indicata spesso a sinistra come esempio di servizio pubblico: tanto è vero che il segretario uscente del Pd ha fatto finora rispondere al suo giro (prima i legali, poi il tesoriere Bonifazi) senza mai mettere la faccia in un alterco controproducente. Ha imparato dagli errori di Berlusconi, insomma, e non vuole ripeterli: quel «viso aperto» che rivendica in politica, contro i suoi avversari, trova su pubblici ministeri e media declinazioni molto più accorte, proprio per non segnare la distanza da quell’elettorato che il 30 aprile sarà chiamato a votarlo.

Come tutto ciò si possa ripercuotere sulle primarie del Pd è difficile da prevedere, ma l’impressione è che non peserà molto, per un paio di motivi. Il primo è che il principale sfidante di Renzi è l’attuale ministro della Giustizia, Orlando, che al di là della singola battuta sulla «vicenda inquietante» condivide la necessità di tenere bassi i toni. Il secondo è che, per molti elettori delle primarie, la lettura è semplicissima: più che i pm (Consip) o la stampa (Eni), il nemico è sempre il grillismo. E il ragazzo di Rignano, che con Grillo ha un conto aperto, è percepito come l’unico in grado di tenergli testa alle elezioni.

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