Il saluto a Carlo Lizza «Uomo giusto e colto»

In tanti alle esequie dell’ex vice sindaco che amava Pescara
PESCARA. La chiesa piena, il ricordo dell’amico di sempre, il dolcissimo addio della giovane nipote. È stato un saluto colmo di affetto quello della città di Pescara a Carlo Lizza, ex vice sindaco e presidente dell’Ente manifestazioni pescaresi, nonché avvocato, morto a ottant’anni. In tanti hanno voluto esserci, a partire dal sindaco Marco Alessandrini, con la fascia tricolore, e poi tanti politici di ieri e di oggi e tutti coloro che hanno avuto modo di conoscere e apprezzare le grandi capacità e il grande cuore di un politico e un personaggio della cultura come pochi. Li ha accolti tutti «in un momento conviviale» il fratello di Lizza, don Gianni, che ha celebrato i funerali allo Spirito Santo, mentre l’ex parlamentare Amedeo D'Addario lo ha salutato con una lunga dichiarazione di «stima e ammirazione».
D’Addario ha raccontato un Lizza «docente, letterato, poeta, giurista, politico, instancabile promotore e animatore raffinato di cultura, amministratore pubblico attivo, concreto» e ha messo l’accento sulla sua «intelligenza lungimirante» e sulla «fede nel cristianesimo tradotta nel socialismo». E poi ancora l’amore per «Pescara, la musica, il teatro, la poesia, la letteratura, D'annunzio», e «il culto dell’amicizia, le passioni che hai saputo trasmettere», ha detto D’Addario parlando a tu per tu con Lizza. In questo ultimo dialogo tra anime che si intendevano D’Addario ha ricordato che Pescara ha conosciuto con Lizza «una delle stagioni migliori, negli anni bui», quando si occupava di cultura e urbanistica, in Comune. «Pensare Pescara», diceva Lizza, che è stato il motore di mille idee e iniziative, animando «un cenacolo, una fucina di idee». È stato lui, ad esempio, «il silenzioso artefice del mantenimento dell’Università in Abruzzo» e ha sempre voluto al suo fianco «personalità di altissimo livello». Impossibile dimenticare la sua idea del socialismo, l’appartenenza al partito e alle Acli, così come non si può tacere «l’avvio di una stagione di progettualità coronata con il concorso di idee sulle aree di risulta e sul verde cittadino». Sempre lui ha guidato la realizzazione del teatro Flaiano, «regalando alla città stagioni indimenticabili di musica e spettacolo». Nel suo agire nei vari campi ha «dimostrato l'importanza di pensare in grande, di dover dare sempre il massimo, sapendo che le grandi cose nascono dall’entusiasmo, dal sacrificio e dall’applicazione» ed è così che ha lasciato una «impronta indelebile». «Un uomo giusto», ha detto in lacrime D’Addario, «una persona memorabile, figura raffinata, forte, distinta, impeccabile culturalmente, aristocratica, a tratti professionale, la cui vita è stata esemplare. Hai lottato per essere felice contro ogni avversità e hai meritato molto affetto», ha concluso.
Tra i tanti che gli hanno voluto un bene speciale, oltre ai figli Andrea e Letizia, moglie di Luigi Albore Mascia, ci sono i nipoti Andrea e Caterina, dei quali era orgoglioso, entusiasta. Da loro voleva essere chiamato Carlo, perché «la parola nonno lo faceva sentire vecchio, mentre lui era giovane», ha ricordato Caterina dal pulpito. «Amava vivere nel suo mondo, immerso tra i giornali, i libri, i dischi di Frank Sinatra, e amava scrivere poesie». L’ultima volta che si sono visti Lizza le ha detto: «Sai Cati, mi piacerebbe dire a tutti che parto per tre giorni per andare alle Bahamas e poi non tornare più». Per Caterina il nonno è in viaggio per le Bahamas, e ora vuole chiamarlo proprio così, «nonno». «Creatura senza età, riposa in pace», è l’augurio di Caterina. L’augurio di tutti coloro che gli hanno voluto bene e hanno percorso un pezzo di strada con lui.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

