Il sogno di Francesco è realtà: tra i big sul set con Muccino

9 Febbraio 2020

Reduce dall’esibizione a Sanremo con il cast del film il 23enne si racconta, dalla teatroterapia alla Flacco Porto

MONTESILVANO. Prima di uscire sul palco dell’Ariston, mercoledì scorso, ha pensato ai primi spettacoli, di fronte a pochi spettatori. Poi ha domato l’emozione e si è lanciato: un po’ con l’incoscienza della gioventù, un po’ con l’attitudine di chi vuole emozionarsi sempre come la prima volta. Francesco Centorame, 23enne attore montesilvanese che fino a qualche tempo fa si pagava gli studi consegnando il pesce per lo zio Quinto Paluzzi, delle pescherie Il Delfino, a Sanremo è stato tra i protagonisti della performance canora con il cast di “Gli anni più belli”, il film di Gabriele Muccino in uscita il 13 febbraio, nel quale interpreta Pierfrancesco Favino da giovane.
Francesco, che cosa ha provato sul palco dell’Ariston?
«In realtà era di una di quelle emozioni talmente forti che, sul momento, neanche te ne rendi conto. Anzi, per fortuna non me ne sono reso conto! Sono un po’ incosciente in questi casi, mi affido all’emozione e mi butto. Ero agitato, sì, mi tremavano le gambe, mi è venuta in mente la strada che avevo fatto da Montesilvano fino a lì… Poi ho pensato a godermi quello che stava succedendo e basta».
Ha pensato a qualcosa in particolare?
«Al primo spettacolo ad Atri, di fronte a pochissime persone. A un altro alla pineta di Montesilvano, con mia madre e una sua amica che mi avevano aiutato a sistemare le sedie. Mi è passato davanti un excursus veloce di quegli esordi».
Come ha reagito quando le hanno detto che sarebbe andato a Sanremo?
«Appena Gabriele Muccino me lo ha detto ero incredulo. Tra l’altro all’inizio si pensava che avrebbero dovuto partecipare solo i “grandi” del film. Io sono nato vedendo il festival coi parenti: la prima grossa emozione è stato l’annuncio di questa partecipazione».
Dal primo contatto col regista al film: un percorso lungo e difficile?
«Il primo provino risale a oltre un anno fa, a dicembre 2018. Mi ricordo che c’erano tanti piccoli Favino, che gli assomigliavano molto più di me. Uno era addirittura uguale! “Dove vado?” mi sono detto. Invece sono piaciuto. Mi hanno spiegato che non contava solo l’estetica, ma anche l’aspetto caratteriale. È andato bene il primo provino, poi abbiamo continuato per 4-5 mesi. Eravamo più ragazzi che provavamo, ogni volta si rifaceva il cast perché dovevano andare bene anche tutti insieme».
Come si è preparato?
«Ci ho messo tutto me stesso. Una delle cose più importanti era perdere la dizione abruzzese. Così passavo tanto tempo nei bar di Roma ad ascoltare la gente parlare, cercavo posti dove ci fossero romani veraci. Era il mio primo vero personaggio, dovevo costruirlo bene».
Cosa le è piaciuto di più durante il lavoro sul set?
«Il fatto di dover tornare negli anni ’80, e poter stare senza telefono, senza internet: è stata una figata pazzesca!».
Non le piacciono i social?
«Sono su Instagram per motivi professionali, perché è una vetrina che in questo lavoro serve. Ma non sono su Facebook e non uso altri social network».
“Gli anni più belli” è un sogno che si realizza?
«Da piccolo vedevo i film con Favino, Santamaria e altri. Mia madre mi ha portato al cinema a vedere “Ricordati di me”. Erano tutti i miei idoli lontani e inarrivabili».
Aveva un attore in particolare come modello, quando ha iniziato a recitare?
«Forse proprio Pierfrancesco. Quando lo vedevo in “Romanzo criminale” pensavo e sognavo di voler diventare come lui. Alla fine è come dire che un ragazzino che gioca a calcio ed è juventino, a un certo punto si ritrova a giocare con la Juventus».
Il calcio: da piccolo voleva fare il calciatore?
«Sì, ho giocato fino a 18 anni. Giocavo nella Flacco Porto, e ho fatto anche qualche partita in Promozione. Poi ho dovuto smettere per un problema fisico. Lasciare il calcio è stata una bella botta. Ho cominciato a fare teatroterapia, mi ha aiutato tantissimo, mi faceva sentire bene, mi dava emozioni. E lì ho pensato: “Perché non farne un lavoro?”. Sentivo una passione che mi nasceva dentro».
Giampiero Mancini, l’attore e regista che a Montesilvano ha fondato la scuola di recitazione Smo, dove lei ha mosso i primi passi, ha detto che lei era un “predestinato”.
«Facile dirlo adesso (ride, ndr)! Comunque a lui devo tanto. Mi ha permesso di aprirmi, di scoprire quello che c’era in me. Mi ha aiutato a trovare una chiava importante».
Che rapporto ha con l’Abruzzo?
«Molto bello. A partire dal cibo: sono dipendente dagli arrosticini! Dopo due o tre mesi che sono a Roma comincio ad averne proprio bisogno. Inoltre è sempre bello tornare dalla mia famiglia. E poi qui c’è il mare, io ci sono cresciuto davanti: mi manca quando sono fuori».
Carriera artistica a parte, c’è un altro sogno da realizzare, qualcosa che la stuzzica?
«Fuori dalla recitazione, un giorno mi piacerebbe lavorare nella produzione del vino: è una cosa che mi affascina molto. Sarebbe bello un giorno riuscire a unire queste due cose».
E per il mestiere di attore?
«Un bel pezzo di sogno l’ho realizzato. Ora vorrei continuare a lavorare con cast del genere, grandi attori e grandi registi, e farlo con grande passione. Cerco di guardare tutte le cose come se fosse la prima volta, con uno sguardo vergine, sentirmi grato di tutto quello che mi succede e bruciare di passione per quello che faccio».
©RIPRODUZIONE RISERVATA