Il sopravvissuto di Rigopiano: «Da 6 anni vivo la seconda vita»

17 Gennaio 2023

Giampaolo Matrone racconta le 62 ore sotto le macerie e il dolore per la morte della moglie Valentina «Ci hanno scortati sotto la neve per andare a morire e poi tenuti in ostaggio, noi volevamo scappare»

PESCARA. «Ho sentito un vento fortissimo dietro alle spalle che mi ha fatto volare via, poi un boato e, alla fine, il silenzio di un cimitero». Giampaolo Matrone è uno dei sopravvissuti della tragedia di Rigopiano e torna indietro alle ore 16.49 del 18 gennaio del 2017 quando una valanga dalla forza di 120mila tonnellate di neve, alberi sradicati e rocce ha distrutto il resort di Farindola con un bilancio di 29 morti. Lui e altri 10 si sono salvati. Sotto le macerie, Matrone ha passato 62 ore interminabili e lì ha lasciato la moglie Valentina Cicioni, appena 32 anni. «La chiamavo ma non mi rispondeva. Pensavo che forse era la fine del mondo e pensavo a Gaia, nostra figlia, che sarebbe rimasta sola». Da allora sono passati sei anni e Matrone e vive la sua seconda vita: in questo tempo la rabbia ha lasciato spazio alla gioia di vivere ma, su una cosa, Matrone, papà e pasticciere, non è cambiato: «Spero che la sentenza non sia un contentino, voglio vedere i colpevoli dietro le sbarre». Stasera alle ore 21 a “Storie - Le Emozioni della Vita”, programma di Rete8 in collaborazione con il Centro per la regia di Antonio D’Ottavio, Matrone racconta la sua vita da miracolato.
Sei anni sono tanti o pochi?
«Sia una cosa che l’altra. Ogni anno il 18 gennaio è un misto di emozioni. Il ricordo di quella giornata resta dentro ma se prima ci pensavo tutti i giorni, adesso, lo faccio un po’ meno. Per me è una giornata particolare: quest’anno capita di mercoledì, proprio come sei anni fa, ed è ancora più triste».
Cosa ricorda di quel giorno?
«Ricordo la prenotazione dei giorni prima, la chiamata per chiedere se era tutto a posto e se si poteva andare, ricordo che non si arrivava mai, la litigata appena giunti in hotel e poi la paura per le scosse di terremoto. E poi ricordo tutti i momenti belli passati con Valentina: quelli non si cancellano anche se poi è arrivata la valanga: ricordo le 62 ore passate sotto le macerie».
Cosa è successo quando è arrivata la valanga?
«Eravamo rientrati da poco perché avevamo spostato le macchine visto che nessuno era venuto a pulire la strada per andare via: le nostre macchine erano tutte pronte per partire. Ho fatto appena in tempo a salutare Valentina e qualche altro ospite, ero in piedi sotto l’arco che separava il bar dalla sala grande, ed è arrivato un vento fortissimo che mi ha preso alle spalle, un po’ come la metropolitana ma più potente tanto che sono volato via: ho provato ad aggrapparmi da qualche parte ma quel vento mi ha sbattuto via. Poi un boato e un silenzio da cimitero».
Ha capito cosa era successo?
«All’inizio no, avevo pensato al terremoto. Poi ho pensato: forse è la fine del mondo. La paura era tanta e il pensiero era a Gaia che si trovava a casa. Chiamavo Valentina ma non mi rispondeva. Però ero vivo, potevo muovere solo la mano sinistra e mi sono detto: Giampaolo resisti e fatti trovare pronto quando qualcuno verrà a salvarti».
Quanto sono state lunghe quelle ore?
«In quel momento ho rivisto tutta la mia vita, i momenti belli e quelli brutti. Ma c’era un angelo che mi aiutava ed era Valentina: l’ho chiamata tantissime volte ma non mi rispondeva, pensavo a Gaia che sarebbe rimasta sola e allora ho tirato fuori tutta la forza e sentivo Valentina sempre accanto a me. In un sogno le ho chiesto di portarmi l’acqua e nel sogno è successo, poi quando mi sono svegliato non c’era l’acqua e non c'era Valentina».
Il 21 gennaio, giorno in cui è stato salvato, è l’inizio della sua seconda vita?
«Festeggio il compleanno il 12 ottobre, quando sono nato, e il 21 gennaio, quando sono stato salvato: queste date le ho tatuate addosso, come il volto di Valentina. Adesso, apprezzo di più tante cose, mi arrabbio meno di prima e mi piace vivere la vita: non vale la pena essere tristi per le banalità perché la vita è una sola e non capita un’altra volta la possibilità di vivere».
La rabbia dei primi momenti a quali emozioni ha lasciato posto?
«Ero un tipo fumantino ed è per questo che appena sono arrivato a Rigopiano ho discusso con Roberto Del Rosso. Ero una mina e avrei fatto pazzie per la verità di Rigopiano; oggi la rabbia c’è ancora ma la so controllare».
In 6 anni ha imparato a convivere con la mancanza di Valentina?
«Sono stati sei anni duri. Ho avuto la sindrome del sopravvissuto e mi sentivo in colpa perché io ero vivo e Valentina no ma con il lavoro psicologico, e anche con la fisioterapia per rimettermi in sesto, sia io che Gaia abbiamo cominciato a convivere con questo dolore e ora non abbiamo più momenti tristi. Ricordiamo Valentina con le battute e con il sorriso, le racconto tanti episodi e lei è contenta. Prima, invece, era sempre un abbracciarsi e un piangere insieme. Prima mi interessava solo il processo ma poi ho capito che così Rigopiano mi stava togliendo anche quest’altra vita e sono cambiato: è giusto andare avanti con il sorriso».
Manca un mese alla sentenza, cosa si aspetta?
«Che esca la verità. Non vogliamo un contentino, né io né gli altri parenti delle vittime: vogliamo che i veri colpevoli paghino in tutti i modi. Quelle persone voglio vederle dietro le sbarre, non voglio una farsa italiana. Noi sappiamo chi sono i veri colpevoli e auguro loro di passare quello che abbiamo passato noi: è giusto che 29 persone che non ci sono più abbiano giustizia. Pensare che noi dovremmo essere tutelati da queste persone e invece mi hanno scortato per andare fino lì sotto la neve, per andare a morire, e poi mi hanno tenuto in ostaggio: la cosa più brutta è proprio il senso di impotenza, non poter fare niente sapendo che qualcosa di brutto stava per succedere».
Cosa farà dopo la sentenza?
«Prima vediamo la sentenza, poi deciderò. Intanto, ho deciso di scrivere un libro e potrebbe uscire l’anno prossimo. Ho chiuso un contratto con la Taodue di Pietro Valsecchi e stiamo scrivendo la sceneggiatura di un film per far sapere la verità. Sono orgoglioso del libro e del film: ricorderemo tutte le vittime. E poi porterò avanti l’associazione in memoria di Valentina per aiutare chi ha bisogno».
C’è una domanda di Gaia alla quale lei non ha mai saputo rispondere?
«Sì, quando a 5 anni e mezzo mi ha detto: perché proprio a mamma? Ed è la stessa domanda che mi faccio anche io. Adesso, a 12 anni, non me lo chiede più ma dice che forse Gesù aveva bisogno di mamma. Però le ho promesso una cosa».
Cosa?
«Che ci sarà giustizia anche per la sua mamma: adesso ci siamo vicini e il 17 febbraio saremo insieme in tribunale».