Il sopravvissuto di Rigopiano: lanciai l’allarme, nessuno ascoltò

21 Febbraio 2023

Giampiero Parete racconta la prima telefonata per chiedere aiuto dopo la valanga: «Fu assurdo» «All’inizio mi misero in attesa per smistare la chiamata da Chieti a Pescara, sembrava un film»

PESCARA. Giampiero Parete è uno degli 11 sopravvissuti della valanga di Rigopiano. È stato lui, con la moglie Adriana e i due figli Ludovica e Gianfilippo ancora intrappolati sotto le macerie, il primo a dare l’allarme con una telefonata che poi è rimbalzata su tutti i mezzi di informazione. «L’hotel Rigopiano, Farindola, non c’è più», diceva Parete in mezzo alla bufera di neve invocando un aiuto che non arrivava. In attesa della sentenza sul disastro di Rigopiano con 29 morti, prevista per giovedì, “Storie - Le Emozioni della Vita”, programma di Rete8 in collaborazione con il Centro, torna a parlare della tragedia che ha commosso l’Italia. Appuntamento questa sera alle ore 21, regia di Antonio D’Ottavio. In scaletta, oltre all’intervista al cuoco, anche un pezzo sui messaggi Whatsapp spediti dalle vittime poco prima della valanga e le testimonianze dei familiari.
Cosa stava facendo quel 18 gennaio del 2017 intorno alle ore 17?
«Stavo rientrando in hotel dal parcheggio. Il titolare dell’albergo ci aveva appena detto che non sarebbe venuto nessuno a liberare la strada dalla neve e, quindi, ho rimesso la macchina a posto come gli altri ospiti. La macchina era carica di bagagli perché volevamo andare via già dalla mattina. Poi, però, mia moglie mi ha chiesto di andare a prenderle una medicina che era rimasta nella borsa in macchina. Tutti rientravano e io ero l’unico che usciva: sono passato in mezzo ai pastori abruzzesi che giravano in circolo».
E poi cos’è successo?
«Quando ho aperto il portellone per prendere la borsa, ho sentito i primi rumori, rumori pericolosi come alberi che si spezzavano e qualcosa che si staccava. Senza sapere cosa fare, mi sono messo a correre verso due alberi: volevo aggrapparmi a qualcosa. Solo pochi secondi e ho visto un cumulo di neve con le macchine infilzate come le spade».
Cosa ha fatto?
«Sembrava un film. Ho preso coraggio e cercato di scavalcare quei cumuli neve per andare verso l’albergo. Ma la neve era fresca e sprofondavo quasi fino al collo, poi con un ramo e ho fatto leva per andare avanti: ci avrò messo mezz’ora per fare duecento metri. Superata la neve, vedevo solo una luce della spa: il resto non c’era più».
Lei è stato il primo a chiamare i soccorsi?
«Ci ho provato. Di solito dentro l’hotel il cellulare non prendeva, ma ero fuori, accanto a un palo della luce probabilmente rialzato da terra di 7-8 metri, e ho telefonato al 112 e al 118: non andava, poi ho sentito che il telefono agganciava ma non si sentiva bene: parlavo come un disco e ripetevo “hotel Rigopiano Farindola, c’è stata una valanga”. Poi qualcuno ha risposto e mi hanno detto che Farindola non era competenza di Chieti, riguardava Pescara e mi hanno messo in attesa. Ho parlato con una signora ma non riuscivo a capire se mi sentiva. Poi il telefono si è spento perché si era bagnato e me lo sono messo in tasca. Nel frattempo ho sentito dei rumori».
Si ricorda cos’era?
«Era Fabio Salzetta, il manutentore dell’hotel, che usciva da un locale in cui era rimasto bloccato. È venuto verso di me, mi ha aiutato a uscire da una fossa e insieme siamo andati in macchina. Dopo ho capito che aveva camminato sul tetto dell’albergo. Ormai era buio: usavamo la macchina per fare luce».
Tra la valanga e l’arrivo dei primi soccorritori sono passate 12 ore: cosa pensavate?
«Nel frattempo, il telefono si è riacceso, provavo a chiamare i soccorsi ma non ci riuscivo. Allora ho pensato di avvertire il mio amico, il prof Quintino Marcella: lui avrebbe potuto farmi da ponte. E lui ha risposto: mi sono sfogato e gli ho detto “guarda che qua non c’è più niente, chiama tu tutti”. Era strano che dai soccorsi nessuno mi richiamava».
E poi qualcuno vi ha richiamato?
«No, ancora no. Dopo le 19 abbiamo chiamato ancora noi e ci hanno detto: “Ma ancora Rigopiano?”. E noi ci siamo arrabbiati: “Ma l’avete capito che è una cosa grave?”, gli abbiamo detto. Mi sembra assurdo quello che è accaduto».
In quel momento, lei e Salzetta avevate capito che probabilmente non tutti gli ospiti e i dipendenti dell’hotel ce l’avrebbero fatta?
«Vedere quella situazione in tv è un conto, stare lì è un’altra cosa. In macchina abbiamo fatto una lista per darla ai soccorritori quando sarebbero arrivati».
Ma quando siete partiti per Rigopiano, qualcuno vi aveva detto che ci sarebbe stata una nevicata eccezionale?
«Noi abbiamo telefonato per chiedere se la strada era praticabile e mi hanno risposto di sì; poi, tramite il professor Marcella, che è di quelle parti, ho chiesto anche a un tecnico del Comune di Farindola e gli ho detto: “Guarda che io vengo su con i bambini”. E lui ha risposto che la strada era sempre pulita e che gli spazzaneve passavano anche di notte. Quando siamo arrivati a Farindola c’era un clima familiare, addirittura i bambini sopra a due spazzaneve, la polizia, una macchina del servizio viabilità di Farindola, il sindaco e il tecnico: ho pensato che lì in montagna erano abituati, io sono di Pescara».
Sapevate che in quei giorni a Rigopiano non era disponibile una turbina per la neve perché era rotta dall’Epifania e nessuno l’aveva aggiustata?
«Io non sapevo neanche dell’esistenza delle turbine: non ero un frequentatore di montagna».
Tra due giorni ci sarà la sentenza, voi sopravvissuti pensate che ci sarà giustizia?
«Io penso di sì anche se vedo che si stanno scaricando la responsabilità uno con l’altro. Il fatto è che a Farindola c’erano le istituzioni e ci hanno assicurato che non saremmo rimasti bloccati. Io mi rimetto al giudice ma voglio capire solo una cosa: ma se a Rigopiano ci fossimo salvati tutti, a chi sarebbe andata la medaglia tra politici e direttori vari?».
Nel libro che ha scritto sua moglie Adriana, “Il peso della neve”, si dice che convivere con un miracolo non è semplice: cosa significa?
«Non si può spiegare che un minuto prima ti prendi un caffè con una persona oppure ci spali la neve gomito a gomito e poi non la vedi più. È stata una roulette russa che nessuno poteva controllare. Resta la domanda perché proprio io ma non c’è una risposta: la vita è andata così e dobbiamo conviverci. Quando guardo un familiare delle vittime che ha perso tutto, mi sento sempre in difficoltà e faccio un passo indietro: mi sento in difetto di stare qua».
I suoi familiari sono stati i primi a essere estratti vivi dalle macerie: cosa ha provato?
«Quella si può chiamare felicità. Ero in ospedale e stavo facendo il diavolo a quattro: in tre non riuscivano a tenermi. Poi è arrivata una psicologa e mi ha detto di aspettare un’ora perché avevano trovato qualcuno: mi sono messo in un angolo, muto. Poi la psicologa è tornata e mi ha portato davanti alla porta della Rianimazione e ho visto il letto con mia moglie e i miei figli».