Il virologo: se teniamo duro, tra un mese l’emergenza rientrerà

Paolo Fazii direttore dell’Unità di microbiologia della Asl di Pescara: «Il sistema sanitario abruzzese può reggere»
PESCARA. «I provvedimenti e le restrizioni in corso, a mio parere, daranno buoni risultati non prima di venti, venticinque giorni. Fino ad allora ci sarà una crescita dei casi o una stabilità. Ritengo ci sia da soffrire almeno per un mesetto, poi l'emergenza dovrebbe rientrare. Tutti, però, dobbiamo essere responsabili e rispettare le indicazioni». Il direttore dell'Unità operativa complessa di Microbiologia e virologia clinica a valenza regionale della Asl di Pescara, Paolo Fazii, esperto di pandemie ed epidemie, analizza così l'attuale situazione abruzzese per quanto riguarda l'emergenza coronavirus.
Fazii, che nemico abbiamo di fronte?
«E' un patogeno delle alte vie respiratorie, che nel 30% degli infetti può portare ad una polmonite interstiziale, patologia in alcuni casi difficile da gestire. Chi diceva che il virus era al pari di un'influenza stagionale ha sbagliato di grosso: io ho sempre temuto un'infezione più importante. E infatti qui in Italia il tasso di mortalità è del 5% . E' una patologia che colpisce soprattutto anziani e immunodepressi, ma come stiamo vedendo non mancano adulti giovani».
Come si può spiegare il fatto che il tasso di mortalità in Italia sia più alto?
«In tanti modi. Una prima possibilità riguarda gli aspetti demografici: l'Italia è costituita da molte persone anziane, che si ammalano più facilmente e hanno già altre malattie. La seconda è legata alle cifre: un numero di casi così elevati in un gruppo della popolazione come quelli di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto stanno mettendo in difficoltà il sistema sanitario, che comunque sta tenendo botta. La terza possibilità, del tutto teorica, è che ci sia stata una rivirulentazione, cioè che magari si tratti di un ceppo più virulento. L'ultima ipotesi è che come gruppo etnico potremmo avere una predisposizione costituzionale, sia in termini di capacità di infezione e di contagio sia in termini di sintomi più acuti. In ogni caso io non ho mai creduto che in Cina il tasso di mortalità fosse del 2,5 per cento, ho sempre pensato che fosse più elevato».
C'è uno studio secondo cui il virus può rimanere nell'aria per diverso tempo e può avere effetti anche nel raggio di alcuni metri. Cosa ne pensa?
«Il droplet (cioè la saliva nebulizzata parlando, tossendo o starnutendo, ndc) se “sparato” da uno starnuto può raggiungere i 300 chilometri orari e le particelle più piccole possono allontanarsi parecchio e resistere nell'aria. Studi seri legati al coronavirus non ci sono ancora, ma che le particelle più piccole rimangano nell'aria anche per 30 minuti può accadere. Questo, in ogni caso, vale per ogni agente patogeno. Il virus è una struttura piccola ed è possibile che rimanga nell'aria per tempo».
E sulle superfici?
«Come già avvenuto per la Sars, suo fratello maggiore, il coronavirus, essendo in “droplet nuclei”, può rimanere infettante sulle superfici forse anche per giorni. Ma molto dipende dal microclima: gli ambienti caldo-umidi possono far sopravvivere il virus, quelli secchi no. E' consigliabile aprire le finestre, perché se si areano le stanze ha meno possibilità di sopravvivenza».
Le restrizioni imposte serviranno per contenere il contagio?
«Se a livello sia locale sia nazionale sono state prese misure tanto drastiche per un Paese occidentale, questi provvedimenti potrebbero dare dei buoni risultati, ma a mio parere non prima di venti, venticinque giorni. Tutti dobbiamo essere responsabili, dobbiamo limitare le relazioni sociali, evitare gli assembramenti. Se le mascherine non si trovano bisogna uscire di meno. Insomma, dobbiamo tutti tenere duro per un po'».
Il sistema sanitario abruzzese può reggere?
«Assolutamente sì. Stiamo lavorando in una maniera spaventosa. Ognuno di noi dà il 200% di se stesso. Siamo collaborativi, siamo uniti. Diamo il massimo e teniamo botta».
Lei è un grande esperto di peste, malattia che ha cambiato il corso della storia. L'emergenza attuale quali segni lascerà?
«L'emergenza in atto, come fece la peste, cambierà la nostra società e spero in meglio, rendendoci più umili, meno individualisti, perché da soli non si va da nessuna parte, e più collaborativi gli uni con gli altri. Oggi in Occidente si pensa che qui non si possa morire di malattie infettive, ma questo non è vero. Ci insegnerà che l'uomo ha disturbato oltremodo madre natura, che si sta riprendendo ciò che vuole». (l.d.)

