Impastato: «Attenti all’indifferenza»

Al Premio Borsellino il fratello del giornalista ucciso dalla mafia: «Odio e vendetta non portano da nessuna parte»
PESCARA. Ancora una volta il Premio Borsellino porta in Abruzzo i grandi nomi di quell’antimafia vera che ha tanto da insegnare, soprattutto ai giovani. E così è stato ieri mattina nell’Istituto De Cecco, dove centinaia di studenti hanno potuto ascoltare le parole di Giovanni Impastato, fratello del giornalista Peppino Impastato ucciso dalla mafia, la cui storia ha ispirato il film “I cento passi”.
Cento passi sono quelli che dividevano la casa di Peppino Impastato da quella del boss Gaetano Badalamenti, condannato all’ergastolo per essere stato uno dei mandanti del suo omicidio. L’altro è il cugino Vito Palazzolo condannato a trent’anni. Una verità che la giustizia ha riconosciuto dopo 24 anni dall’assassinio.
È la primavera del 1977 quando Peppino Impastato, insieme a un gruppo di amici, inaugura Radio Aut, una radio libera nel vero senso della parola. Da Cinisi, feudo di Badalamenti, e dall’interno di una famiglia mafiosa, Peppino scuote la Sicilia denunciando i reati della mafia e l’omertà dei suoi compaesani. Una voce talmente potente che poco più di un anno dopo, la notte tra l’8 e il 9 maggio, viene fatta tacere per sempre. Ma pure questo è uno degli errori della mafia: pensare corto. Perché, anche se non era scontato, la voce di Peppino da allora non ha mai smesso di parlare, di lottare per la dignità delle persone, di illuminare la strada. È una strada lunga, se si pensa che ancora oggi chi ha depistato le indagini sull’omicidio di Peppino ha fatto carriera, mentre chi invocava la verità non c’è più. Ma è una strada percorsa ormai da migliaia di persone. Suo fratello Giovanni, ieri ha parlato di lui e per lui, in un incontro che prende il nome dal libro “Oltre i cento passi”, che porta la sua firma.
«Mia madre amava mio padre, che era affiliato alla mafia, ma non aveva ancora capito che cosa fosse veramente la mafia», ha raccontato Impastato, «ma quando è stata costretta a fare una scelta, ha scelto Peppino, ha scelto suo figlio e la legalità. E quando quel figlio glielo hanno ucciso, ha rifiutato la vendetta che arrivava dai parenti mafiosi che vivevano in America. Nostra madre ha detto loro: “Peppino non era uno di voi e io vendetta non ne voglio”. E li ha buttati fuori».
Il racconto di Impastato ha tenuto inchiodati i ragazzi alle sedie. «Se oggi finalmente si sa la verità sull’assassinio di mio fratello, è solo perché né io né mia madre siamo mai stati mossi da sentimenti negativi, ma abbiamo solo chiesto giustizia e abbiamo vinto, perché odio, rancore e vendetta non portano da nessuna parte. E ora le condanne ci sono, e la storia di Peppino la conoscono tutti».
E poi il monito ai ragazzi. «Leggete Gramsci, lui odiava gli indifferenti. Indifferenza e rassegnazione mi fanno paura, perché le persone rassegnate non hanno bisogno della verità e da questo atteggiamento mentale nascono le aberrazioni come il razzismo e sopravvivono le mafie». Insieme a Giovanni Impastato, anche il direttore del Centro Primo Di Nicola, la dirigente scolastica Alessandra Di Pietro, la docente Rosa De Fabritiis referente del progetto legalità, don Antonio De Grandis e il fondatore del Premio Borsellino Leonardo Nodari.
«Combattere per la legalità», ha concluso Di Nicola, «vuol dire anche scegliere i migliori a rappresentarci, e avere la possibilità di vedere se in Parlamento amministrano i nostri interessi o quelli delle mafie. Per questo la legge elettorale è fondamentale. Gli italiani devono poter scegliere i politici che vogliono, che siano i più bravi e onesti».
Oggi, alle 11, nell’Istituto Aterno Manthoné, andrà in scena lo spettacolo teatrale “Mala’ndrine - anche i Re Magi erano della ‘ndrangheta”.

