IN ABRUZZO TORNA LA FIDUCIA
di GIUSEPPE MAURO La fotografia scattata ieri dall'Istat ci consegna un mercato del lavoro in significativa crescita in Abruzzo. Il tasso di occupazione, nel secondo trimestre del 2015 rispetto allo...
di GIUSEPPE MAURO
La fotografia scattata ieri dall'Istat ci consegna un mercato del lavoro in significativa crescita in Abruzzo. Il tasso di occupazione, nel secondo trimestre del 2015 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, cresce dell'1,4%. Ne consegue che gli occupati aumentano di 9 mila unità a motivo del notevole balzo in avanti del settore industriale, che addirittura recupera tutto il terreno perduto dalla crisi del 2008 e, in misura minore, dell'agricoltura (+6 mila unità), mentre il comparto dei servizi ancora risente della forte caduta dei consumi e non riesce a invertire la tendenza negativa.
Tutto ciò avviene nonostante l'incremento del numero delle persone in cerca di occupazione, che passano da 62 mila a 74 mila unità, e quindi spingono verso l'alto il tasso di disoccupazione portandolo al 13,6%. Questa apparente contraddizione - cresce il numero di occupati ma anche la disoccupazione - si spiega con il forte innalzamento della forza lavoro, vale a dire delle persone che si presentano sul mercato del lavoro, attratte probabilmente da aspettative meno negative sul futuro dell'economia e dal clima di maggiore fiducia rispetto agli anni passati. In questo quadro non v'è dubbio che il Jobs Act e gli sgravi contributivi abbiano in un certo senso stimolato il livello occupazionale, anche se la ripresa appare ancora incerta e debole, a seguito di uno scenario internazionale non privo di contraddizioni. Certo, occorrerà molto tempo per recuperare quanto bruciato da questa devastante crisi in termini di PIL e di occupazione, ma non mancano, tuttavia, segnali incoraggianti che non vanno assolutamente trascurati, come quelli relativi alla forte diminuzione della Cassa integrazione, alla crescita del PIL dell'Italia previsto per i prossimi anni e ai risultati conseguiti da quelle imprese abruzzesi che, pur in presenza di grandi difficoltà, hanno investito in innovazione per migliorare la qualità dei prodotti ed essere competitive sui mercati internazionali. Siamo convinti che l'Abruzzo esce da questi drammatici anni di recessione piuttosto ferito ma ancora vivo. E ciò perché nella regione esistono tutte le condizioni per poter ripartire e così rivitalizzare le sue vocazioni produttive, le sue peculiarità e la qualità della vita espressa dal suo territorio. Bisogna però abbandonare la cultura del piagnisteo, della autoreferenzialità e delle dispute di matrice campanilistica, che dividono e non producono e che in fin dei conti conducono soltanto a una sorta di localismo inefficiente e deteriore.
I tempi sono cambiati e le risorse sono decisamente scarse ed è sempre più difficile governare una regione all'interno di una legislazione europea troppo rigida e retta da un insieme di vincoli e regole restrittive. In questa fase di auspicabile ripresa e di accesa competizione appare invece imprescindibile l'esigenza di avere una regione il più possibile coesa di fronte alle sfide del futuro e fare tutto il possibile per mantenere e rafforzare lo slancio e l'ambizione della progettualità, come presupposto fondamentale per raggiungere risultati concreti e come possibilità di attrarre i cosiddetti “capitali pazienti”. E la “responsabilità dello sviluppo” deve permeare il comportamento non solo della regione ma di tutti gli enti territoriali e dell'insieme dei soggetti economici e sociali. Il problema dell’Abruzzo è che la parte più dinamica dell'economia, quella per intenderci delle punte di eccellenza, dell’export e delle grandi e medie imprese, non riesce da sola a sostenere quell’altra parte, purtroppo più estesa, del tessuto produttivo, il quale invece manifesta scarsa propensione a innovare e strutture organizzative e gestionali del passato, racchiuso com’è negli angusti confini locali. Nella regione, alle riforme si sta affiancando una maggiore capacità di infondere fiducia, nonché si sta delineando un modello produttivo che trova il suo punto di forza nell'industria e potenzialità, sia ancora non completamente espresse, nel turismo e nell'agroalimentare. Se questa è la strada da percorrere esistono i presupposti per l'allargamento della base produttiva e per la creazione di occupazione aggiuntiva.
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