In barca per quasi cento ore alla settimana

8 Aprile 2017

Pescara, la vita di sacrificio dei pescatori raccontata da Massimo Camplone, armatore da generazioni

PESCARA. La dura giornata di un pescatore inizia a mezzanotte in punto. Quando la città dorme e le luci delle case sono già spente, sulle barche più grandi i marinai sciolgono gli ormeggi per dare inizio alla loro lotta quotidiana contro i fondali ridotti all’osso e la forza spesso contraria dei venti e delle correnti.

Perché le battute di pesca spesso possono trasformarsi in una battaglia ai limiti della sopravvivenza tra notti trascorse in mare aperto, senza vedere la linea di costa, e la fatica di un lavoro che non conosce pioggia, nebbia o altre condizioni meteorologiche avverse.

Una vita trascorsa più al largo che sulla terraferma: 96 ore settimanali di pesca in media. Come racconta l’armatore Massimo Camplone, proprietario tra le altre della Sharon C, l’ultima barca arrivata nel porto di Pescara.

Un piccolo gioiellino di proprietà della storica famiglia di pescatori originaria di Borgo Marino. «Siamo marinai e non conosciamo altri mestieri», racconta Camplone, classe 1955, «nel nostro sangue scorre acqua salata. Mio padre faceva il pescatore, mio nonno il pescatore e il papà di mio nonno pure il pescatore. Anche i miei sette fratelli e sorelle hanno seguito la stessa strada. Abbiamo sempre lavorato a denti stretti, senza chiedere niente a nessuno, ma adesso da qualche anno le cose stanno andando sempre peggio per questa categoria».

I Camplone, come le altre famiglie della marineria abruzzese, sono riusciti a superare i momenti più bui guidati dalla forza genuina e dai valori tipici della gente di mare. Come nell’alluvione del 1992, quando l’avanzata del mare si portò via 4 barche lasciando i sette figli di papà Erminio con pochi soldi da parte e senza più i mezzi per andare a lavorare.

O come gli anni terribili della chiusura del porto di Pescara a causa dell’insabbiamento dei fondali. «La preoccupazione maggiore è la sicurezza», aggiunge Camplone, «adesso poi abbiamo il problema della riproduzione della Fossa di Pomo. Penso che le limitazioni che ci siamo imposti si dovrebbero estendere anche alle altre marinerie di Sicilia, Puglia o Campania, ad esempio, che vengono a fare razzie nel nostro mare anche quando noi siamo fermi». (y.g.)

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