In pensione a 62 anni: la riforma è bocciata
No della Corte dei Conti, ecco le tre alternative ancora valide
La Corte dei Conti boccia non solo Quota 100. Inattuabile per i magistrati contabili anche la riforma delle pensioni progettata dai sindacati con Quota 62 e Quota 41.
BOCCIATA QUOTA 100. Il pensionamento anticipato che consente l’uscita dal mondo del lavoro al compimento di 62 anni e dopo averne accumulato 38 di contributi senza penalizzazioni sull’assegno (se non quella dovuta al minore montante contributivo) viene bocciato nella sua interezza perché ritenuto troppo dispendioso per le casse dello Stato. La misura in vigore dal 2019 termina quest’anno: il 1° gennaio 2022 calerà il sipario sulla sperimentazione triennale dei pensionamenti anticipati disegnata durante la precedente esperienza di governo gialloverde, voluta da Matteo Salvini. Secondo i dati raccolti dalla Corte dei Conti fino al 31 gennaio 2021 i prepensionamenti con Quota 100 sono stati circa 278.000.
Nella relazione sul controllo della gestione finanziaria dell’Inps sul 2018 si evidenziano i cambiamenti introdotti nel 2019 con il decreto numero 4 che introduce Quota 100, con le previsioni per il 2019 del Def (Documento di economia e finanza) che mostrano un aumento della spesa pensionistica del 3,2% tenendo conto di Quota 100 e delle altre misure correttive alla legge Fornero. L’incidenza prevista sul Pil (Prodotto interno lordo) è del 15,6%, inoltre dal documento stilato dei magistrati contabili ammontano a 140,6 miliardi i crediti contributivi non riscossi dall’Inps tra il 2000 e il 2019.
QUOTA 62 E 41. La Corte dei Conti lancia un monito anche per la prossima riforma della pensioni che dovrà essere più economica. A questo punto diviene inattuabile la proposta avanzata dai sindacati attraverso Quota 41 e Quota 62, perché ritenute molto più dispendiose rispetto a Quota 100. La prima opzione, Quota 41, contempla un pensionamento anticipato basato sui soli requisiti contributivi (41 anni di contributi versati), mentre la seconda, Quota 62, prevede un pensionamento anticipato a partire dal compimento dei 62 anni di età. Misure inattuabili per la Corte dei Conti che avverte qualsiasi tipo di manovra si voglia attuare la spesa per il pensionamento anticipato dovrà essere diminuita rispetto a quella attuale ed essendo Quota 41 e Quota 62 più dispendiose, stando alle stime, la riforma pensioni così come proposta dalla sigle sindacali diventa automaticamente non realizzabile.
OLTRE QUOTA 100. Ape sociale, Opzione Donna e uscita a 64 anni con ricalcolo dell’assegno sono le tre opzioni al vaglio del governo in sostituzione di Quota 100. In un primo momento l’esecutivo Draghi aveva deciso di non intervenire con una riforma pensioni e attendere la naturale scadenza di Quota 100 che avrebbe comportato il ritorno alla vecchia Legge Fornero e al pensionamento a 67 anni. Tuttavia dopo varie tensioni con i sindacati il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva fatto dietrofront annunciando un intervento che fornisse ai lavoratori delle possibilità di pensionamento anticipato alternative a partire dal primo gennaio 2022. Ape sociale è un anticipo pensionistico che viene usato spesso dai lavoratori impegnati in attività usuranti per i quali è prevista la possibilità al raggiungimento dei requisiti, ovvero 63 anni e dai 30 ai 36 di contributi, di ottenere un anticipo pensionistico fino al raggiungimento della pensione di vecchiaia che consiste in un assegno fino a 1.500 euro mensili per 12 mensilità.
Per le lavoratrici c’è l’Opzione Donna che consente l’uscita con 35 anni di contribuzione e al compimento di 58 anni per le dipendenti e al compimento di 59 anni per le autonome accettando un ricalcolo con il sistema completamente contributivo dell’assegno pensionistico. I sindacati hanno richiesto che a quest’ultima misura si accompagni l’introduzione di Quota Mamma, un anno di bonus contributivo per figlio.
Resta, però, il tema della regola generale, ovvero l’età di uscita che rischia di tornare a 67 anni dopo la fine di Quota 100. In questo caso ci si avvia verso un’uscita flessibile a partire dai 64 anni anche per chi si trova nel sistema retributivo o misto con un ricalcolo dell’assegno che renda equa l’uscita anticipata con chi incassa una pensione pienamente contributiva. Ma a questo punto secondo la Corte dei Conti in una prospettiva non molto lontana potrebbero porsi dei problemi di equità di trattamento tra assicurati che avranno l’opzione di lasciare il lavoro con diversi anni di differenza, per cui diventa necessario adottare un sistema di uscita anticipata che converga su una età uniforme sia per i lavoratori in regime retributivo che per quelli in regime contributivo puro.

