In pensione già a 64 anni ma con un taglio del 3%

17 Febbraio 2022

Ecco l’ipotesi avanzata dall’Inps: prevede una decurtazione minima per tre anni Potrebbe mettere d’accordo Governo e sindacati nella trattativa sulla riforma

PESCARA. Il Governo ha aperto all’ipotesi della pensione anticipata, cioè prima dei 67 anni. Ma – almeno inizialmente – ponendo come paletto il ricalcolo dell’assegno con il sistema contributivo, per rendere la misura sostenibile anche per i conti pubblici. È, questa, la proposta avanzata degli ultimi giorni dall’esecutivo nell’ambito del tavolo tecnico sulla riforma previdenziale, che vede partecipare anche i sindacati. L’obiettivo di tutti è superare la riforma Fornero che tornerà in vigore dal primo gennaio 2023. Le parti si sono mostrano però ancora distanti, seppur più vicine.
La trattativa si è quindi già spostata sulla questione del ricalcolo. Il Governo avrebbe rilanciato con l’estensione della formula che esiste già per i contributivi puri, cioè pensione a 64 anni con il 3% di taglio ma solo se si raggiunge un assegno minimo. La distanza non si è ancora colmata del tutto. Ma c’è un’ipotesi di compromesso che potrebbe portare finalmente all’accordo, già avanzata dall’Inps: tagliare solo la parte retributiva.
Se ne parlerà nell’incontro cruciale previsto per la prossima settimana alla presenza anche dei ministri Daniele Franco e Andrea Orlando, rispettivamente dell’Economia e del Lavoro.
Abbiamo ricostruito la trattativa in corso tra Governo e sindacati, che sembra poter raggiungere finalmente un punto di svolta.
LA PROPOSTA DEL GOVERNO
La proposta avanzata dal Governo è un’apertura alla pensione anticipata, cioè prima dei 67 anni, età prevista dalla “pensione di vecchiaia” della riforma Fornero che tornerà nel 2023 allo scadere di “Quota 102”.
L’apertura però è a una condizione: perché la flessibilità in uscita sia sostenibile, per l’esecutivo è necessario ricalcolare tutto l’assegno con il sistema contributivo.
Secondo le stime effettuate dalla Cgil alla fine del 2021, quando si cominciò a parlare di un possibile ricalcolo verso il contributivo, la perdita netta dell’assegno sarebbe tra il 20 e il 35%.
L’ALTOLà DEI SINDACATI
I sindacati Cgil, Cisl e Uil hanno quindi fatto subito muro, dopo essersi già visti bocciare la proposta di un’uscita a 62 anni o con 41 anni di contributi a prescindere dall’età. «Se comporta un taglio del 30% come in Opzione Donna è inaccettabile», ha commentato il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli in merito alla proposta del Governo sulla pensione anticipata.
«Bene il Governo sulla flessibilità, ma sbagliata l’idea di legarla al ricalcolo contributivo», hanno aggiunto Ignazio Ganga della Cisl e Domenico Proietti della Uil. C’è quindi uno spiraglio.
IL RILANCIO DELL’ESECUTIVO
Nelle ultime ore di trattativa, il Governo avrebbe spostato quindi la mediazione su una formula che esiste già per i contributivi puri: pensione a 64 anni con almeno 20 di contributi e una penalizzazione del 3% al massimo per ogni anno di anticipo. Questo, purché l’assegno raggiunga almeno una cifra che sia 2,8 volte superiore all’assegno sociale, quindi almeno 1.311 euro.
La stessa formula dei contributivi puri si applicherebbe quindi anche a chi va in pensione con sistema misto tra contributivo e retributivo. Di fatto, comporterebbe l’estensione del contributivo a tutti e per questo sarebbe una soluzione digeribile anche in Europa.
Si tratta di un passo avanti nella trattativa, ma ai sindacati non piacerebbe comunque, come emerso, proprio per il limite minimo di 1.311 euro giudicato eccessivo, che lascerebbe in molti fuori da questa possibilità.
L’IPOTESI DI COMPROMESSO
Per questo, a rappresentare il compromesso potrebbe essere la proposta dell’economista Michele Reitano della stessa commissione tecnica del ministero del Lavoro, con un’ipotesi già portata dalla stessa Inps sul tavolo del Governo. La proposta prevede pure un taglio del 3% annuale massimo sull’assegno per chi va in pensione a 64 anni, ma calcolato solo sulla parte retributiva, che sarebbe attualizzata e decurtata della differenza tra i coefficienti di trasformazione corrispondenti a 64 e 67 anni. Al massimo si arriverebbe al 9% di taglio in tre anni, limitato alla parte retributiva: quindi molto più basso e sopportabile sull’intera pensione (l.t.)