In piazza contro la guerra e per la parità di genere

PESCARA. L’onda fucsia dell’8 marzo invade il lungomare dalla Madonnina del porto a piazza Salotto con messaggi di pace e a sostegno della parità di genere. La marcia, organizzata dal sindacato...
PESCARA. L’onda fucsia dell’8 marzo invade il lungomare dalla Madonnina del porto a piazza Salotto con messaggi di pace e a sostegno della parità di genere. La marcia, organizzata dal sindacato studentesco Libera associazione studentesca e dal collettivo transfemminista Zona fucsia, si è tenuto ieri dalle 15 alle 18, aperta dagli striscioni con la scritta “Contro merito e patriarcato sciopero maleducato” e “Libertà e autodeterminazione contro violenza e discriminazione”.
In piazza della Rinascita i rappresentanti delle realtà associative aderenti, con Benedetta La Penna, hanno fatto sentire il loro no alla guerra e lo stop al patriarcato «per costruire una società inclusiva, laica e libera». Con loro anche una delegazione della Cgil e dell’Arci con le bandiere rosse, accanto a quelle arcobaleno simbolo della pace e delle “donne libere”. «Viviamo in un Paese in cui bigottismi, tabù e discriminazioni prendono in ostaggio le nostre vite e i nostri corpi», hanno spiegato gli organizzatori. «Viviamo in una società in cui la violenza di genere viene continuamente romanticizzata dai mezzi di informazione mentre gli spazi di tutela vengono definanziati e svuotati del loro ruolo. Viviamo in un sistema scolastico che produce e riproduce i sistemi di potere e di discriminazione che subiamo ogni giorno fuori dagli spazi scolastici. Viviamo in un sistema in cui la nostra voce, le nostre identità, le nostre esigenze, i nostri corpi vengono censurati e invisibilizzati». «Siamo stanchi di sentirci subalterni», proseguono le associazioni, «succubi ai ruoli imposti della società patriarcale, di subire un'educazione fondata sul machismo. Siamo stanchi di una società che si gira dall’altra parte quando interpelliamo il lavoro di cura, che è nella sua totalità sulle spalle delle donne: vogliamo una nuova etica della cura, in cui la società si prenda carico e la responsabilità di questo lavoro che per troppo tempo è stato ignorato e dato per scontato».

